Ricordi di tennis…

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Ricordo tre fantastiche finali, tra Edberg e Becker, a Wimbledon, l’ultima nel 1990.

Ricordo Michael Chang, americano, e Arantxa Sanchez, spagnola, vincere entrambi a 17 anni il Roland Garros, nel 1989.

Ricordo Ivan Lendl, che rinunciò a tutti i tornei dello Slam, sempre nel 1989, per allenarsi sull’erba e concentrarsi su Wimbledon, unico torneo del Circuito che non aveva mai vinto. Non ci riuscì  neanche quell’anno, perdendo anche la posizione numero uno della classifica ATP.

Ricordo i servizi al fulmicotone di Marc Rosset e di Goran Ivanisevic.

Non dimentico la Seles, accoltellata in campo da un fan della Graff. Tanto spavento per lei, un trauma più mentale che fisico, che la tenne fuori dal circuito WTA per molto tempo.

Non posso dimenticare le sfide tra gli “inarrivabili” del team Bollettieri: Agassi, Sampras, Courier tra gli uomini. Jennifer Capriati e la Svizzera Hingis tra le donne.

Ricordo Thomas Muster, austriaco, Bradley Cooper è il suo sosia più giovane, che vinse il Torneo di Roma, gli Internazionali d’Italia sulla terra rossa, l’anno successivo ad un incidente d’auto dal quale sembrava che non si sarebbe più ripreso. Invece divenne il re della terra rossa, almeno per un paio d’anni… si allenava con il nostro Diego Narciso, che non imparó molto da Muster, purtroppo.

Per l’Italia del tennis non fu un periodo felicissimo. Ricordo solo l’exploit in coppa Davis di Paolino Canè; e Omar Camporese, che portó per due volte al quinto set Boris Becker, la prima volta agli Australian Open, la seconda in Germania in coppa Davis, alcuni mesi dopo, senza mai batterlo. Vinse nel 1991 il torneo di Rotterdam, superando Ivan Lendl in finale. Fu l’apice della sua carriera.
Cristiano Caratti arrivó in finale, nel 1991, a Milano, dove perdette con Volkov.
Io, giovanissimo, assistetti dal vivo all’incontro tra Caratti e Nicklas Kulti, mi sembra fossero i quarti di finale. Ad un passante di Caratti alzai leggermente il pugno in segno di soddisfazione; in quel momento Kulti mi guardò, ero in prima fila, polverizzandomi. Passai il resto del match composto e in rigoroso silenzio.

Era il periodo delle immense telecronache televisive di Rino Tommasi, è lui che ha coniato il termine “veronica” a indicare la volè alta di rovescio, accompagnato dalla voce inconfondibile di Ubaldo Scanagatta. Con loro c’erano anche i grandi Gianni Clerici e Robertino Lombardi.

Era questo il palcoscenico del tennis del dopo Borg; prima degli attuali Federer, Nadal e Djokovic.
Un periodo di grandi talenti, di partite epiche, di grande spettacolo… proprio come ora, esattamente come prima di loro.

Amo questo sport!

“Siamo una Repubblica” 2 Giugno 1946

Repubblica italiana

Conosco persone, alcune a me molto care, che manifestano preoccupazione per quella che definiscono: una svolta fascista del nostro Paese.

Prima di proseguire con il mio ragionamento credo sia corretto presentarmi come elettore, almeno a grandi linee, il che ha un po’ del: “inizio un discorso sugli immigrati premettendo il fatto di non essere razzista”.
Nonostante ciò voglio correre il rischio di apparire contraddittorio e continuerò seguendo la linea narrativa che mi sono imposto.

Sin dalla mia prima volta alle urne ho votato a sinistra, seppur sia spontaneo per me collocarmi tra i moderati, forse perché il descrivermi come un “elettore trasversale” mi pare non immediato al fine di chiarire la mia reale collocazione politica, che meriterebbe una spiegazione ben più approfondita (cosa che non intendo fare ora e in questa sede, anche solo per non tediare troppo il lettore).
Il fatto che io sia circondato da un alone di turbamento e di preoccupazione, ma soprattutto che i miei sentimenti si dimostrino immuni al contagio, mi induce a soffermarmi e a riflettere.

Innanzitutto mi chiedo:
– È un abbaglio il mio non vedere la “svolta fascista” del nostro Paese?
– Sono in errore a credere che il Governo appena formato rappresenti, in realtà, un elemento di positività per tutti, sia per i vincitori che per i vinti?
– Sbaglio a pensare e ad affermare che sia stato il PD ad aver scelto una linea intransigente in questi anni, percorso che inevitabilmente lo ha portato al suo declino?

Partiamo dal primo punto.
Non credo che sia corretto parlare di svolta fascista o sia giusto definire il Governo entrante “un Governo di stampo neo-fascista”. Possiamo però affermare, senza timore di smentita, che La Lega di Salvini ben si collochi, prendendo come riferimento l’asse politico Gal-Tan (Green-Alternative-Libertarian / Traditional-Authoritarian-Nationalism), in una posizione che ricalca fedelmente la nuova immagine della destra occidentale (parte Tan), con tratti di carattere populista, anti-sistema ed elementi comuni anche alla destra tradizionale conservatrice.
Il M5s non ha una posizione definita, questo deriva dalla sua struttura eterogenea, in quanto raccoglie militanti di estrazione/tradizione politica differente.
Se Salvini intercetta elettori della destra (anche estrema) e cittadini scontenti del sistema, i “grillini” annoverano un bacino elettorale ben più diversificato.
Le due formazioni al Governo non si sovrappongono totalmente, tuttavia si sostengono cercando una convergenza sui temi attraverso una contrattazione, per farlo infatti hanno formalmente stipulato un contratto di governo.
Può una maggioranza creata attraverso un contratto e non mediante un’alleanza figlia di una genetica comune, portare il Paese ad una svolta fascista? Come anticipato inizialmente la mia risposta è no.
Se la coesione nasce da un “contratto sul fare” e non da un fondamento comune (proprio perché così differenti geneticamente), i due movimenti devono dimostrarsi responsabili di un controllo formale dell’uno nei confronti dell’altro.
Penso che sia sufficiente questo a motivare, i più pessimisti, al non rievocare i demoni di un tragico passato.

Sulla seconda questione mi viene da dire, forse banalmente, che una legislatura all’opposizione non può che far bene a una ormai ex maggioranza, divisa al suo interno e invisa al “pubblico”.
Il processo di accountability si è qui manifestato nella sua cruda e brutale interezza. Solitamente, la bocciatura degli elettori alla propria compagine, avviene in elezioni meno importanti, prendendo la forma di un ammonimento, le sembianze di un avvertimento. In questo caso non è più l’espressione di una banale ammenda, bensì è una bocciatura in piena regola. Non è una minaccia, ma il capitolo conclusivo di un sodalizio fallito tra una buona parte degli elettori e il proprio partito.
Per i vincitori il discorso è differente: possono finalmente dimostrare di saper governare, di essere in grado di risolvere i problemi della Nazione.
Siamo tutti in attesa dei primi risultati per poterli giudicare, nel bene e nel male.
Non mi sembra che ci sia altro da dire per rispondere al quesito, se non concludere augurando al Partito Democratico di ritrovare la giusta strada, quella che possa ricondurlo al “cospetto del cittadino”.

Da questo ragionamento il passo che porta al rispondere all’ultima questione è breve.
Gli slogan anti Europa, o quelli anti élite, nascono dalla sensazione, comune a molti (il voto ha parlato, anzi urlato), per cui il sistema politico, la sinistra in testa, abbia smarrito il concetto di sovranità nazionale, che abbia perso di vista il suo tradizionale bacino di elettori e che sia convinto di non dover rendere conto delle proprie decisioni, come se fosse protetto da un salvacondotto di natura patriarcale, parente stretto del motto: “quello che stiamo facendo è per il vostro bene”.

La politica, almeno io mi sono fatto quest’idea, deve manifestarsi come l’attività del-fare-per-la-comunità. Naturalmente questa attività non può che produrre effetti su tutti i membri della società, dunque su gli stessi politici che se ne fanno carico.
Questo fare-per-gli-altri, e dunque per sè, quando ben visibile e ben riconoscibile, ha altresì il dono di avvicinare la società civile alla politica, di rinforzate i legami tra di essi, di creare capitale sociale e fiducia.
Riprendendo il filosofo Paul Ricoeur, mi viene da dire che il politico deve saper mescolare al meglio la dimensione morale/kantiana relativa al dovere, con quella etica/aristotelica relativa al fine, un fine che altro non è che il bene comune.
Mi è capitato di sentire, parole proferite dalla bocca di un rappresentante politico (che conosco personalmente), che le decisioni politiche devono essere spiegate, ma nel momento in cui il cittadino non ne capisce il significato (o la strategia di fondo) allora il problema non è più del politico.
Io gli rispondo qui, ora, che i cittadini non devono capire per forza, le persone non hanno il dovere di capire le regole del gioco; desipere est iuris gentium, diceva Schopenhauer (essere irragionevoli è un diritto naturale); tuttavia la politica, quella democratica, oltre ad aver l’obbligo di fare gli interessi di tutti (il che non vuol dire accontentare tutti indiscriminatamente), dovrebbe lavorare per mantenere sempre viva la propria credibilità agli occhi dei cittadini, di tutti i cittadini, se non altro per una questione di sopravvivenza politica.
Nel momento in cui chi ha governato non è stato capace di trovare un giusto equilibrio in tal senso, non pare ragionevole imputare la responsabilità del fallimento elettorale alla coscienza frivola del cittadino/elettore o al suo essere sprovveduto o irragionevole. Credo proprio che sia palese quanto il problema sia solo del politico e non del cittadino.

Platone parlava del potere come di una forza che logora l’uomo.
Andreotti ci ha lasciato il detto per cui il potere logora, ma chi non ce l’ha.

Il fare-per in opposizione al fare-contro.

Io credo che solo nel momento in cui il fare-per sarà comune al Governo e all’opposizione, potremo davvero parlare di terza Repubblica.

 

Pensieri giacobini

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Nel ragionare su ciò che qualcuno ha definito la “casta politica”, mi è sorta l’immagine di un gruppo che non fa “specie a sè”.

In effetti una specie, se contemplata dall’esterno, dimostra di essere strutturata da individui tra loro molto simili. Non mi pare che sia questo il caso, almeno non a un primo sguardo: la “casta”, infatti, vuole che emergano delle forti differenze interne, agli occhi di chi la osserva, e che si continui a parlare di destra conservatrice/reazionaria e di sinistra rivoluzionaria. Schemi sicuramente legati al passato e che hanno subito una metamorfosi rispetto a prima.

Guardiamo solo al caso della proletarizzazione dei partiti di destra: un tempo non troppo lontano non era forse la sinistra che attingeva al bacino degli operai?

Tali differenze, ragionandoci, si rivelano dunque effimere.

Lo dimostra la società, la quale riproduce la “casta” secondo le disuguaglianze che lei stessa impone, disuguaglianze che in realtà non esistono. La “casta”, vista dal di dentro, dagli occhi di chi ne fa parte, non vede differenza se non nella dicotomia dentro/fuori.

Non è questa una sopravvivenza legata ad un “fine inganno”?
Eppure questa è politica; e così è da quando la politica è degenerata da “cura della città” a “cura degli interessi della città”, dal curarsi degli uomini al curarsi della sola dimensione economica; seguendo l’assunto errato per cui, rispetto alla dimensione economica, la cura degli uomini ne sia una naturale conseguenza e non un mero accidente.

Penso sia necessario fare dei passi a ritroso, non con il fine di indietreggiare, bensì con quello di prendere una buona rincorsa…

Rivista culturale

Questo progetto prende forma attraverso la collaborazione di alcune persone, tutte accomunate dalla passione per la lettura, per il cinema, per la filosofia, per l’arte… insomma, per la cultura in ogni sua manifestazione. Molti di noi sono alle prime armi ma tutti vogliamo fortemente dire la nostra e intercettare un pubblico di curiosi, stimolandoli proponendo loro tematiche differenti.

L’idea fondamentale del progetto è quella di creare visibilità ai collaboratori, oltre che di fornire un servizio. Il premio, per noi, si materializzerà nel momento in cui riusciremo a generare un interesse diffuso, se saremo perciò in grado di sviluppare una rete umana di interesse e di interessi.

La rivista, quindi, non vuole essere solo un contenitore di idee, ma assumere le sembianze di un ponte, di un collegamento, di un nodo attraverso cui raggiungere più persone, per rintracciare punti di vista anche divergenti e stimolare la riflessione.

Non è un progetto chiuso, anzi! Vuole diventare un canale di incontro e di divulgazione culturale.

Chiunque volesse farne parte può scrivere all’indirizzo info.cultura.plato@gmail.com. Non attenderete molto per ricevere una risposta.

In questo articolo su infovercelli24 spiego il progetto in profondità.

http://www.infovercelli24.it/2018/05/16/mobile/leggi-notizia/argomenti/arte-e-cultura/articolo/una-nuova-rivista-culturale-on-line-e-aperta.html

Cliccate sulla rivista e buona lettura!

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L’Elogio di Erasmo – terza parte

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«Erasmo ci parla di quei nobili che, pur comportandosi peggio della plebaglia più infima, ostentano i propri titoli in pubblico e raccontano le gesta dei loro avi, riconducendo la propria stirpe addirittura ad Enea e solo per raccogliere proseliti. Sono scaltri personaggi che attirano l’ammirazione di individui ancora più stolti e folli di loro.

E non smette di farci esempi:

uno, più brutto di una scimmia, è convinto di essere bello come un Dio greco; un altro che, dopo aver tracciato tre linee col compasso, si crede Euclide; un altro ancora, che crede di cantare come un tenore, seppure la sua voce sia peggiore del suono emesso da un gallo che morde una gallina. Non sono parole mie, Marta! Sono di Erasmo, te lo giuro!»

«Sempre più spassoso!»

«Assolutamente si! E continua dicendoci che la pazzia è caratteristica comune soprattutto degli attori, dei cantori, degli oratori e dei poeti. Tra di loro, ci dice Erasmo, tanto più uno è ignorante, tanto più si compiace di se stesso, si vanta e si gonfia di fronte a chi lo ascolta.

Tutti questi folli sono accomunati da un profondo amore di sé; e se la Dea ha infuso questa particolare follia nei singoli, così l’ha resa comune anche a intere Nazioni e città.»

«Questa non l’ho capita, Mirko…»

«Lo spiega meglio Erasmo nel proseguo del testo: gli Inglesi, ad esempio, pretendono di primeggiare un po’ su tutto e su tutti; gli Scozzesi vantano le proprie origini regali e la loro fine dialettica; i Francesi rivendicano la raffinatezza nei costumi; gli Italiani si vedono superiori nell’eloquenza e nello scrivere, convinti altresì di essere gli unici uomini non barbari su questa terra; i Greci pretendono di essere gli inventori delle arti, forti del loro passato mitico, fatto di Dei ed Eroi; i Turchi rivendicano il primato della propria religione e deridono i cristiani, bollandoli come superstiziosi; gli Ebrei, i più spassosi, secondo la Follia, sono folli ancora in attesa del loro Messia; gli Spagnoli si credono i migliori guerrieri; i Tedeschi si vantano della loro prestanza fisica e della loro superiore conoscenza della magia…»

«Se la tirano un po’ tutti, vedo… E noi Italiani siamo proprio i più sboroni!» esclamò Marta divertita.

«Beh, anche gli Inglesi non se la cavano male.» ci mettemmo a ridere «Erasmo ci parla anche dell’adulazione dicendoci che non gode di buona fama, soprattutto agli occhi di chi rimane colpito più dal nome delle cose che dalle cose in quanto tali.»

«Cioè da coloro che si fermano all’apparenza, che considerano più importanti le parole piuttosto che la sostanza, giusto?»

«Esatto Marta! Questi individui pensano che l’adulazione non vada a braccetto con la fedeltà, ma sbagliano! Basta osservare la natura e gli animali per capire il loro errore: il cane è un grandissimo adulatore, eppure è il più fedele amico dell’uomo. Gli scoiattoli sono molto teneri, si fanno accarezzare e sono amici degli umani, a differenza di tigri e leoni, che non si fanno certo avvicinare dall’uomo e, anzi, lo sbranerebbero volentieri se lo avessero a portata di artiglio.

Naturalmente esiste un’adulazione negativa, Erasmo vuole però descriverci la sua forma opposta, cioè quel genere di comportamento che ha la capacità di rallegrare le persone tristi, che solleva gli ammalati, che sprona i pigri, che rabbonisce i violenti…»

«Qualche buona parola, qualche piccolo inganno a fin di bene. È questa l’adulazione positiva di Erasmo… Ho capito bene?» intervenne Marta.

«Certo. Hai riassunto benissimo il concetto! Lasciarsi ingannare, in questo senso, non può che rappresentare un fattore positivo. La verità conduce spesso al malessere e quindi l’uomo è naturalmente portato ad amare più la finzione che la verità stessa. Per dimostrarcelo ci fa l’esempio dei fedeli annoiati nell’ascoltare il sermone domenicale. Però, quando capita che il prete inizia a raccontare qualche storiella poco seriosa, tutti si svegliano stando a bocca aperta e ben attenti alle sue parole.

È di gran lunga migliore e meno costosa la strada dell’opinione, questo ci vuole far intendere Erasmo nel testo; e per farlo cita il mito della caverna platonica, ci parla di un luogo tetro e buio all’interno del quale alcuni uomini sono incatenati e immobili. Non sono affranti, anzi; sono soddisfatti e tranquilli perché quella, per loro, è l’unica realtà concepibile. Un giorno, però, uno di loro si libera, esce fuori alla luce del sole e finalmente contempla la verità.

C’è differenza tra i folli incatenati all’interno della caverna e il saggio che ne è uscito? Questo si chiede Erasmo. Ci risponde dicendoci che la felicità dei folli costa molto meno rispetto a quella del saggio. Inoltre i folli sono in molti, il saggio è invece da solo e “non c’è bene che sia bello possedere senza un compagno con cui dividerlo” continua Erasmo, citando Seneca.

Inoltre, la Follia non chiede indietro i doni che fa agli uomini, al contrario degli altri Dei.

Bacco regala l’ebrezza all’uomo, ma la rivuole indietro; la Follia, invece, concede agli uomini uno stato di ebrezza piacevole e duraturo.

Esattamente come Bacco è Venere, Dea della bellezza; e Mercurio, che regala l’eloquenza agli uomini; e ancora Ercole, che dona la ricchezza; e Giove, Marte, Apollo, Nettuno…

La Follia non fa distinzione, concede i suoi doni a chiunque! E tutto ciò nonostante gli uomini non ne riconoscano le virtù.»

«Io mi arrabbierei molto fossi in lei! Insomma, un minimo di riconoscenza! Rendi la vita migliore agli uomini e come ricompensa ottieni umiliazione ed emarginazione? Eh no eh!» Irruppe Marta con fare scherzoso.

«Hai ragione! Eppure Lei non sembra aversene a male, anzi! In fin dei conti sono gli uomini con i loro atteggiamenti quotidiani, anche senza volerlo, che le rendono omaggio. E non sono solo gli stolti o i più ignoranti a farlo… Anche i più intelligenti o comunque quelli che si credono tali.

Per dimostrarcelo cita i grammatici e gli insegnanti, che invecchiano nelle scuole e diventando sordi a causa delle urla degli scolari.

Descrive i poeti, che si impegnano nell’affascinare le orecchie degli uomini con sciocche storielle e che sprecano il loro tempo e la loro salute, rischiando addirittura la cecità, col solo fine di ottenere l’approvazione dei pochi lettori che li seguono.

Ci parla dei giuristi, dei dialettici, dei sofisti, dei filosofi, dei teologi, quest’ultimi i più folli di tutti, tanto pieni di sé che commiserano chi non fa parte della loro schiera, guardandoli dall’alto come fossero animali che strisciano per terra.

Non risparmia i religiosi e i monaci, che conoscono i peccati della gente e abusano di questo privilegio, denunciando pubblicamente chiunque non voglia sottostare ai loro comodi.

La Follia non lesina “apprezzamenti” ai Re e ai nobili… Lo stesso dicasi per i cortigiani, così ossequiosi con il loro sovrano… e i vescovi, i cardinali, addirittura i Papi!»

«Ci va giù pesante ora!»

«Saltella sulla brace infatti… Nel testo ci dice che non è sua intenzione passare in rassegna la vita dei papi e dei preti per metterli in cattiva luce; non è satira la sua, è un l’elogio, della Follia per giunta… dunque non poteva essere scritto che in questo modo.

E ancora, sono folli tutti coloro che hanno abbracciato profondamente la pietà cristiana, perché non tengono più in considerazione le offese, gli inganni…»

«Porgono l’altra guancia…»

«Esatto! Sono tutti figli della Follia; di quella follia che vuole l’anima prigioniera del corpo sino alla sua ascesa celeste.

Anche Platone, come i cristiani, era un folle! Perché volgeva lo sguardo verso il cielo e verso il bene che non è altro che una delle forme più alte di follia; rappresenta cioè quel vivere al di fuori di sé proprio degli innamorati, soggiogati dal più grande dei deliri, dall’amore. Non è bella l’immagine dell’innamorato che va fuori di sé per vivere nella persona amata?»

«Molto bella davvero!» mi rispose Marta con un sorriso.

«Siamo alla fine Marta! La Follia, d’un tratto, dichiara di aver passato i limiti da un pezzo e che in realtà, il suo, non è stato altro che uno scherzo!

Non è così, naturalmente! Il suo racconto ci ha svelato i vizi e il malcostume della società cinquecentesca di cui Erasmo era parte.

La forte critica alla Chiesa romana anticipa i temi che saranno fondativi per il movimento riformatore di Martin Lutero.

Erasmo, che vede una degenerazione della cristianità sia tra i fedeli che tra i Pastori, vuole un ritorno alle origini e auspica un recupero della parola di Gesù, nella sua forma più autentica.

In gioco c’è la salvezza dell’uomo, la salvezza della sua anima, il suo rapporto con Dio e soprattutto la sua libertà.

Ostile al “servo arbitrio” luterano, in base al quale la Salvezza umana è frutto della sola decisione divina, Erasmo risponde con il suo “De libero Arbitrio”, attraverso il quale vuole restituire all’uomo la facoltà più importante, cioè la libertà di decidere, di scegliere tra il bene e il male, di guadagnarsi il Paradiso con le proprie forze.»

«Caro Mirko si è fatto tardi e, come la Follia, ora mi congedo da te anch’io» mi disse Marta «ti aspetto in Belgio da me; come mio ospite naturalmente!»

«Molto volentieri!» le risposi, e con lei brindai alla vita, come la Follia avrebbe voluto.

L’Elogio di Erasmo – seconda parte

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«Allora Marta… Ti stuzzica la filosofia di Erasmo? Ti piace l’immagine per cui l’umanità sia strettamente legata alla follia?»

«Perché no! Anche se finora credevo che a distinguerci come specie fosse la ragione» mi rispose con un pizzico di sarcasmo.

«Non riesco a darti torto» le dissi «però la versione di Erasmo è molto convincente! Basta cambiare prospettiva, non trovi? I filosofi, quelli descritti nel testo, vedono l’infelicità nella follia, cioè in quell’ignoranza che contraddice la consapevolezza. Erasmo vuole ribaltare la loro visione: nessuno è infelice quando è in armonia con la propria natura, ci dice; una natura umana che vuole tanto la follia quanto la ragione… anzi, è la follia la vera medicina per l’anima, la giusta strada da seguire per raggiungere la felicità. Non è la scienza la via da percorrere, come sostengono invece quegli “esperti del ragionamento tortuoso”, cioè i filosofi. Essa, al contrario, rappresenta una vera tortura per la mente umana. Le uniche discipline scientifiche che l’uomo deve prediligere, dato che ormai ci sono perché donate all’umanità da dei demoni impiccioni, sono quelle più vicine alla follia. Non la teologia… E nemmeno la fisica o l’astrologia e neppure la dialettica! Ma la medicina e la giurisprudenza!»

«E perché i medici e gli avvocati sarebbero folli?» mi chiese Marta stupita.

«Perché la medicina, per Erasmo, almeno per come veniva esercitata dai più, rappresenta solo una forma di adulazione: è l’arte della retorica. I medici convincono il loro paziente ma non lo curano sul serio. Gli avvocati vengono descritti come asini che riescono negli affari e che dibattono senza sosta, allontanandosi sempre di più dalla verità; a dispetto dei poveri teologi e dei filosofi, i quali ragionano sui misteri dell’universo, trascorrendo però la loro intera esistenza nell’indigenza. La soluzione migliore comunque, questo vuole essere il messaggio della Follia, è quella di non farsi ammaliare da nessuna delle arti razionali.»

«Quindi la felicità è degli stupidi e degli ignoranti?»

«Beh, nel testo la Follia si domanda: non sono forse gli scimuniti e gli sciocchi a non avere paura della morte? A non essere tormentati da rimorsi di coscienza, a non avere timore degli spiriti o dei mali incombenti o della precarietà per il futuro che non si conosce? Sono allegri e portano la loro spensieratezza in giro per il mondo, come se fossero dei predestinati. Anche i sovrani non possono fare a meno dei folli, perché gli donano buonumore; infatti, a differenza dei filosofi, agli sciocchi è permesso anche il prendersi gioco del proprio Signore.»

«Effettivamente, nelle corti medioevali, ai buffoni era quasi tutto permesso.»

«Bravissima Marta!»

«Reminiscenze di vecchie letture. E internet me lo sta confermando» mi disse mostrandomi lo schermo del suo smartphone e facendomi l’occhiolino.

Scoppiai in una risata «Lo sai che per spiegare e motivare quello che scrive, Erasmo fa uso di molte allegorie e dei miti dell’antica Grecia? Ti ho citato prima il suicidio delle vergini di Mileto; Erasmo ci parla anche del demone Theuth e dell’invenzione dell’alfabeto, prendendo spunto dal Cratilo e dal Fedro di Platone. Fa riferimento ad Omero, alle commedie di Aristofane. Si rifà agli scritti di Policrate, alla Repubblica di Platone, a Seneca, a Plutarco… Una vera e propria conoscenza enciclopedica quella di Erasmo. Altro che Google!»

«Sarebbe stato un ottimo compagno di studi» mi rispose Marta «Insomma, i folli stanno meglio dei sapienti perché conoscere significa avere maggiore coscienza delle brutture del mondo; brutture talmente brutte da condurre molti di loro al suicidio…»

«Esatto Marta. Inoltre le brutture del mondo, come le hai chiamate tu, si riflettono anche sull’aspetto fisico dei filosofi. La Follia ce ne fa un vero e proprio ritratto negativo: li descrive come dei vecchi canuti, istruiti e colti ma tristi, austeri, inflessibili con se stessi, fastidiosi ed evitati dagli altri uomini; sono magri, pallidi e deboli, in fuga dalla vita prima del tempo, una vita che in realtà non hanno mai veramente vissuto…»

«Che brutta immagine! Qui Erasmo esagera un pochino, non credi?»

«Certo, sono d’accordo. Devi capire, però, che Erasmo vuole mostrarci due prospettive tra loro estremamente contrapposte. La sua è un’allegoria, un’esagerazione, una vera e propria provocazione che ha un fine ben preciso, cioè quello di condannare certi costumi e certi atteggiamenti in voga nella società e nella Chiesa del suo tempo. E di esempi specifici di condanna ne farà molti e molto chiaramente, più avanti nel testo. Erasmo muove un’ulteriore obiezione alla presunta superiorità della Follia; e lo fa con il “gracidare delle rane del Portico”.»

«Cioè?»

«Qui Erasmo allude agli Stoici, ma mica lo spiega nel testo, così come tante altre metafore che usa. Non sai quante volte ho dovuto usare i motori di ricerca!» e continuai «Le rane gracidanti sostengono che non esiste nulla di più miserevole della demenza e che l’andare fuori di senno, l’essere folle, altro non è che la manifestazione della demenza stessa.»

«E come dargli torto?» mi chiese Marta con un sorriso.

«Aspetta! Magari cambierai idea anche ora. Erasmo usa Platone per confutare gli Stoici; e lo fa attraverso le parole di Socrate che, nel Simposio, distingue tra la Venere celeste e la Venere terrestre e tra il Cupido celeste e il Cupido terrestre. Intende cioè spiegare l’esistenza di due tipi di follia: una è irragionevole e violenta, mentre l’altra conduce alla felicità. Quest’ultima ha la forza di liberare l’animo umano dalle angosce ed è in grado di infondere un piacere infinito agli uomini.»

«E naturalmente la demenza positiva è quella che ci ha donato la Follia, giusto Mirko?»

«Esatto Marta, vedo che hai capito bene. La follia negativa, che scaturisce dagli inferi per mano delle dee della vendetta, genera la passione per la guerra negli uomini, la sete di denaro, l’omicidio e ogni genere di peccato. Quella positiva, che è emanazione della protagonista dell’Elogio, è invece una demenza di tutt’altra specie.»

«Erasmo ci fa qualche esempio di follia positiva?»

«Certo!» sorrisi «Ci parla prima di Cicerone e poi del cittadino di Argo; è particolarmente simpatico questo secondo racconto. Il protagonista è seduto da solo a teatro, in un teatro deserto. Tutto ad un tratto inizia a ridere e lo fa perché pensa di assistere realmente a uno spettacolo, di vedere davvero gli attori e le attrici recitare sul palcoscenico. La situazione ancor più comica nasce con i suoi familiari che, preoccupati, si attivano per cercare una cura alle sue visioni, trovandola! Rinsavito, egli inizia a inveire contro i parenti e a lamentarsi con gli amici perché, a causa loro, erano sparite tutte quelle belle illusioni che tanto lo divertivano e che lo facevano stare bene.»

«Divertente!»

«Molto. Erasmo spiega che non è follia quella che non ti permette di cogliere la differenza tra una bella poesia o una poesia di poco valore; o il confondere un asino da un mulo a causa di problemi di vista. La follia positiva ha bisogno dell’errore generato dall’uso contemporaneo dei sensi e della mente e deve, inoltre, perdurare nel tempo.»

Marta mi guardò confusa «Ok… aspetta! Questa me la devi spiegare meglio!»

«Ad esempio, se sentendo il raglio di un asino un uomo crede di ascoltare una sinfonia soave o, nonostante le sue umili origini, egli pensa di essere un nobile, è sicuro che al poveruomo ha dato di volta il cervello. E il benessere che infonde questo tipo di pazzia vale sia per chi ne è in possesso, sia per chi ne è spettatore.

Sono folli anche tutti quelli che disprezzano ogni cosa al di fuori delle battute di caccia, che amano il suono cupo del corno e l’abbaiare dei cani, e il rituale dello squarciare la selvaggina.

Sono folli quei giocatori che trascorrono la loro vita a gettare i dadi, perdendo ogni loro avere e frodando gli altri, con lo scopo di riottenere i mezzi per ritornare a giocare.

Sono folli anche tutti coloro che ascoltano storie incredibili, fatte di fantasmi e spettri. Questi racconti, ci dice Erasmo, non sono solo un passatempo contro la noia, ma anche un guadagno per i sacerdoti e i predicatori.»

«Eccoci arrivati al tasto dolente! Sbaglio?»

«Non sbagli Marta! Erasmo vive in un periodo storico in cui si fa strada l’idea di una riforma. È il periodo di Lutero, della denuncia della vendita delle indulgenze. Erasmo non è filo-luterano, tuttavia è ben cosciente del degrado della società in cui vive ed esprime ironicamente tutto il suo disappunto nelle pagine dell’Elogio.

Infatti descrive come folli tutti coloro che pensano di salvarsi dalla morte pregando San Cristoforo o Santa Barbara; o coloro che pretendono di diventare ricchi grazie a Sant’Erasmo. O, ancora, chi giura devozione a San Giorgio, o alla Vergine Maria, solo per proprio beneficio materiale. Madonna alla quale, ci dice Erasmo, la gente attribuisce quasi più autorità che a Cristo. Come se ciò che non fosse possibile ottenere dal Figlio, potesse, invece, avere felice riscontro attraverso l’intercessione della Madre.

Descrive come folle chi vive nella convinzione di poter lavare il fango di un’intera vita fatta di spergiuri, tradimenti, perfidie, attraverso il pagamento di un obolo, mediante un patto insomma, ricominciando così da zero. Solo gli odiosi saggi sono consapevoli che “morire bene” significa aver “vissuto bene” e che senza un vero pentimento non può esistere alcuna salvezza. Se gli uomini folli lo capissero, allora verrebbero travolti dall’angoscia.»

«Odiosi saggi? Odiosi perché conoscono la verità?»

«Direi di si.»

«E quindi solo il saggio è in grado di affermarla, dico bene?»
«Si, lo penso anch’io. Purtroppo, come ci dice Erasmo, se la verità trapelasse, la sicurezza di tutti quei folli verrebbe tragicamente meno.»

Fine seconda parte…

L’Elogio di Erasmo – prima parte

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«Li sente?» mi chiese il professore girando leggermente il volto e indicando la finestra che dava sul cortile della facoltà.

«Li sente quanti sono?» continuò «Nel dopoguerra, nel paese dove abitavo, in Friuli, nella mia classe delle elementari eravamo in trenta, alle medie in otto, al liceo siamo rimasti in cinque. Del gruppo sono l’unico ad aver conseguito la laurea.» Fece una pausa di riflessione abbassando lievemente il capo verso sinistra e abbozzando un sorriso.

«Erano altri tempi, starà pensando lei» mi disse alzando nuovamente lo sguardo verso di me e fissandomi diritto negli occhi «Certo ha ragione, ha pienamente ragione».

Indossò i suoi occhiali, si alzò in piedi e si diresse verso la finestra, con le mani intrecciate dietro la schiena. Rimase in quella posizione per pochi secondi, dopo di che si rigirò e riprese a spiegarmi cosa non andava nella mia tesi.

Ero in ritardo per il lavoro, dovevo scappare. Uscendo nel cortile mi voltai al richiamo di una voce: «Hey! Dove corri?». Era Marta, una mia ex compagna di università, non la vedevo da mesi.

«Finalmente! Chi non muore… Ci prendiamo un caffè?» mi chiese con un sorriso «così mi racconti come è andata con il vecchio orso» mi disse con fare complice «sono sicura che arrivi da lì».

Mi prese sotto braccio e iniziò a trascinarmi verso il bar dell’università.

«No, usciamo fuori di qui, prendiamoci un caffè come si deve» le risposi «quella brodaglia scura che servono qui a 60 centesimi va bene prima degli esami, non certo per fare quattro chiacchiere». Andammo in un bar poco distante, ci sedemmo e lei incominciò a raccontarmi delle sue esperienze dell’ultimo anno.

Marta è una ragazza davvero in gamba; ha 25 anni, capelli corti castani, occhi scuri e uno sguardo sicuro. È molto affascinante e in lei si fondono la dolcezza dei tratti del viso con la forza del temperamento. Dopo la Laurea ha deciso di salire su di un aereo per l’Inghilterra; doveva stare li poche settimane, alla fine ci si è trasferita. Dopo alcuni mesi, ecco che le arriva la chiamata per uno stage al Parlamento europeo. Fa di nuovo le valigie e… via in direzione Lussemburgo. Nel frattempo prepara il concorso per un dottorato, in Belgio. Ora è qui, ma solo per riabbracciare parenti e amici, è di passaggio e lo sappiamo tutti.

«Sono felice per te, in un solo anno hai fatto tantissimo… tanta esperienza; e sei solo all’inizio di una carriera che lo so già… lo so che sarà straordinaria!» le dissi compiaciuto.

«Si, hai ragione; e sono cambiata tanto. Penso anche di aver viaggiato di più quest’anno che in tutta la mia vita. Finalmente posso definirmi, a tutti gli effetti, una da generazione erasmus!» sorrise.

«Erasmus… mmm… Mi hai fatto venire in mente che proprio in questi giorni ho finito di leggere l’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam, sai?»

«Testo allegro! Beh, ora che mi ci fai pensare, ricordo la tua passione per la filosofia!»

«Sono curioso! E hai ragione, è un testo molto allegro, è vero! Nonostante sia stato scritto da Erasmo come denuncia della corruzione della Chiesa del suo tempo» le risposi sorridendo «E poi, in fin dei conti, anche tu sei un pochino folle, no? Sei partita su due piedi, senza pianificare nulla; e stai viaggiando per tutta l’Europa lontano da tutti quelli che conosci…»

Mi interruppe «In effetti, vista in questo modo non posso che darti ragione. Ma dimmi un po’: nel testo di Erasmo com’è descritta la Follia?»

«Davvero ti interessa?»

«Si davvero. È uno di quei libri che ho sentito spesso nominare ma che non ho mai preso in mano.»

«Bene, allora te ne parlo volentieri! Nel testo la follia è una Dea che ha il dono di rallegrare sia gli Dei che gli uomini. È figlia del dio Pluto, il quale era leggermente ubriaco la fatidica sera…»

«Aspetta, aspetta!» mi interruppe «Mi stai dicendo che la Follia è stata concepita sotto l’effetto dell’alcol?» Marta si mise a ridere.

«Certo, non ti sembra la cosa più ovvia?». le risposi di slancio.

«Vero! Sarebbe stato folle il contrario» mi disse alzando le sopracciglia e iniziando a digitare sul suo cellulare «stavo anche pensando al fatto che non è per nulla fuori moda questo tipo di comportamento» scoppiammo entrambi in una risata.

«La Follia era originaria di un’isola dove tutto cresceva e germogliava senza semina e aratro, un luogo dove non esisteva né vecchiaia, né malattia, né fatica…»

«Mica male, che invidia!» lesse il messaggio sul suo cellulare e mi disse «Ascolta, io ho appena avvertito a casa; non torno per pranzo. Mangiamo qui insieme, ok?»

«Direi di si. Non avrebbe senso andare ora al lavoro. Meno male che la gestisco in autonomia la mia giornata, altrimenti sai che risate…» le risposi guardando l’orologio.

«Ti sei sposato Mirko? Non era imminente il grande evento? Oppure sbaglio?» mi chiese Marta, sporgendosi dalla sedia verso di me, con fare curioso.

«Si mi sono sposato, cara Marta! Ho fatto il folle gesto anch’io» le dissi con una smorfia e poi sorridendo.

«Perché folle? Sei stato obbligato?» rise.

«Non ti pare folle sposarsi sebbene si conoscano prima tutti gli svantaggi del farlo? E avere dei figli? Non è folle dal momento che si conoscono i dolori che dovete sopportare voi donne nel partorire? Eppure non vi tirate indietro, anzi! Se possibile, tutte voi sperate di poter ripetere l’esperienza una seconda volta.»

«Io personalmente no, caro Mirko.» mi disse, sistemandosi meglio sulla sedia «Inoltre ho la netta sensazione che tu mi stia rispondendo con le parole di Erasmo… sbaglio?».

Le sorrisi «Hai ragione, ma ti giuro che non riesco a non pensare al suo libro. Nel leggerlo c’è davvero da scompisciarsi dalle risate. Ti faccio un esempio: Erasmo descrive il “membro” dell’uomo come una parte assurda e ridicola che non è possibile nominare senza ridere. Ti ricordo che siamo nel ‘500» feci una pausa e poi ripresi: «Erasmo vuole dirci che tutto ciò che c’è di buono nel mondo non può che essere folle. Per farcelo capire ci fa naturalmente parecchi esempi; ci dice che la giovinezza ha quel non so che di folle che attrae gli altri, che spinge gli uomini a prendersi cura dei piccoli e ammirare i giovani, così privi di senno e sempre di buon umore. Man mano che trascorre il tempo, però, l’uomo si allontana dalla follia, riabbracciandola nella vecchiaia, rim-bambendo, ritornando bambino.»

«Rim-bambendo» ripeté Marta guardando in alto «non l’avevo mai pensata in questo modo.»

«Proprio così… e dato che nessuno elogia apertamente la Follia, Lei vuole uscire allo scoperto e vuole cantare quelle doti che le sono proprie e che ha donato a tutti gli uomini e a tutti gli Dei. Inoltre, ci dice Erasmo, è Lei, è proprio la Follia che ci rende saggi.»

«Eh no, qui ti fermo e ti contesto, anzi contesto il nostro caro Erasmo da Rotterdam. La follia non può certo guidare alla saggezza, per favore, dai! La follia è frivola, non saggia!»

«Mettiamola così: Erasmo ci vuole dimostrare che la follia va al di là della sola assennatezza. La follia è quella saggezza pratica figlia delle emozioni, oltre che del senno. Chi vorrebbe un uomo irreprensibile come guida, che non sbaglia mai e che non perdona nulla? Chi preferirebbe, come magistrato di una città o capo di un esercito, una statua di un uomo di marmo, privo di intelligenza e di qualunque sentimento umano?»

«Ok ci sono. La follia ci rende umani, ma un Dio? Come può avere della follia in sé, un Dio?»

«Ottima domanda! Effettivamente nel testo si parla di divinità pagane, degli Dei greci, figure mitologiche che nulla hanno dell’immagine del Dio cristiano. In ogni caso non pensi che una parte di follia debba pur esistere anche nel “nostro” Dio, dal momento che Egli ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza? Se Dio ha creato ogni cosa, se è in ogni cosa e ogni cosa è in Lui, dunque anche la follia deve esistere in lui, non credi?»

«Direi di si. Sei stato convincente.»

«La Follia ha il dono di rendere la vita tollerabile a chiunque; inoltre, Erasmo ci dice che senza di lei l’uomo potrebbe addirittura decidere di suicidarsi.»

«Perché suicidarsi? A parer mio è il suicidio un atto folle, non certo il contrario! Come me la spieghi questa?» socchiuse un po’ gli occhi in segno di sfida e poi sorrise.

«Erasmo è convincente anche su questo punto: ci dice che se guardassimo tutto intorno a noi, dalla cima di un monte come fa Giove, potremmo osservare e capire realmente quanto sia dura l’esistenza dell’uomo; quante siano le insidie, i torti, la fatica e gli affanni di una vita che si conclude con la morte. Erasmo cita il caso del suicidio di massa delle vergini di Mileto, le quali si impiccarono inspiegabilmente una dopo l’altra… Se il suicidio è stato il destino comune di tanti pensatori e filosofi antichi: Diogene, Senocrate, i Catoni, i Cassi, i Bruti, Chirone, non è dunque solo attraverso l’ignoranza e la spensieratezza, doni della Follia, che è possibile vivere senza dolore?»

«Devo ammettere che è un buon punto di vista.» mi disse Marta.

«Lo penso anch’io.» feci una pausa per bere il mio caffè, poi le chiesi «Lo vedi quell’uomo laggiù, quello seduto al tavolino? Quello accanto alla cassa?»

«Si lo vedo.»

«Osservalo bene. Non noti qualcosa di strano in lui?»

«Beh non saprei; aiutami dai!»

«Guarda i suoi capelli…»

«Oddio, ora lo noto anch’io. È tinto!»

«Sapevi che si tingevano anche nel 1500? L’ho scoperto leggendo l’Elogio di Erasmo. Nel testo egli descrive i vecchi signori che si tingono, che usano parrucche per nascondere la calvizie e mettono le dentiere. E le vecchiette? Sono sempre allo specchio a sfoltirsi il pube ostentando le vecchie mammelle avvizzite; e bevono, si inseriscono nelle danze delle fanciulle, scrivono bigliettini amorosi. Non è follia questa?»

«Assolutamente si. E continuo a pensare che questi esempi di atteggiamento folle resistano stoicamente al passare del tempo.» Scoppiammo a ridere, così tanto che per un attimo ci guardarono tutti nel bar.

Fine prima parte…