La Repubblica – Libro nono

platone

Leggere “La Repubblica” non è un esercizio facile, almeno per chi non possiede gli strumenti adatti per farlo. Di seguito, propongo una rivisitazione del testo di Platone, con il fine di renderlo più semplice e con l’auspicio che la lettura possa rappresentare un primo passo per avvicinarsi all’originale.

Libro nono

“Bene Adimanto. Ora, non ci resta che parlare di quell’uomo che da democratico si trasforma in tirannico e chiarire se sia possibile ritenere la sua vita fortunata oppure sventurata”.

“È proprio costui che manca all’appello, Socrate”.

“Prima, però, è necessario fare un passo indietro e discutere meglio su quali e quanti siano gli appetiti umani, solo terminando per bene questo discorso potremo parlare del tiranno senza rischiare di commettere alcun tipo di errore”.

“Facciamolo” mi disse.

“Potremmo asserire, per prima cosa, che molti appetiti si rivelano contrari alla legge. Alcuni individui sono in grado di tenerli a freno, grazie all’uso della ragione; altri, all’opposto, non riescono a domarli finendo per moltiplicarli e rinvigorirli”.

“E chi sarebbero questi ultimi, caro Socrate?”

“Sono coloro che mentre dormono vengono sopraffatti da istinti selvaggi, tutto ciò a causa della ragione che dorme insieme al corpo. Diverso è invece il discorso per chi ha forte in sé il sentimento della temperanza e del raziocinio; parlo di chi, prima di coricarsi, trova la forza di ammansire sia la parte appetitiva del proprio animo, sia quella irascibile, tenendo ben sveglia quella razionale”.

“Uomini virtuosi, costoro”.

“Certamente. Ma non perdiamo di vista il nostro obiettivo. Sappiamo che in ogni persona, anche la più mansueta, Adimanto, esistono istinti, appetiti, che si dimostrano contrari alla legge e che si manifestano con maggior vigore proprio durante il sonno”.

“Lo sappiamo!”.

“Ora, mio caro amico, l’uomo democratico non è forse colui che è stato allevato da un padre parsimonioso, il quale, disprezzando il lusso, ha finito per assecondare solo il desiderio di accantonare denaro e ricchezze?”

“Certamente” mi rispose.

“Tuttavia, le frequentazioni sbagliate hanno condotto il giovane ad allontanarsi dagli insegnamenti del padre”.

“È vero!”.

“Ciononostante, poiché il suo animo è migliore di quello dei suoi corruttori, egli non smarrisce completamente la strada e tende a vivere un’esistenza collocata a metà tra quella paterna e quella dei suoi compagni. In tal modo, egli non trasgredisce ad alcuna legge e si tramuta da oligarchico a democratico. Ricordi ciò che abbiamo asserito in precedenza, vero?”

“Sicuro, Socrate. Come potrei dimenticarlo”.

“Bene. Ora supponiamo che al giovane, divenuto uomo, nasca un figlio e che egli lo educhi alla sua stessa maniera. Supponiamo, altresì, che il figlio subisca le stesse tentazioni che egli stesso aveva sperimentato da giovane; ovvero che sia avvicinato da cattive compagnie, che lo istigano a disobbedire alla legge paterna, instillando in lui un amore tiranneggiante sugli altri desideri, conducendolo così alla follia.”

“Stai descrivendo perfettamente l’originarsi di un uomo dall’indole tirannica”.

“Non si dice, forse, Adimanto, che l’amore è come un tiranno?”

“Certo!”

“E dimmi, caro amico, l’uomo ubriaco, così come il folle, non è forse colui che pensa di poter comandare sia gli uomini, sia gli dei?”

“Come potrebbe essere altrimenti?”

“Eccolo qui il nostro uomo tirannico, amico mio; ovvero colui che è tiranneggiato dall’amore per le feste, le donne, il vino. Tutti appetiti che conducono lo sventurato a dilapidare ogni suo bene e ad usare l’inganno e la violenza nel momento in cui non è più in grado di soddisfarli con i soli mezzi a propria disposizione”.

“Non potrebbe che comportarsi in questo modo”.

“Mio buon Adimanto, non pensi che quest’uomo arriverebbe a soverchiare i propri genitori per appropriarsi dei loro beni, prima con l’inganno e, in ultima istanza, con l’uso della violenza, al fine di soddisfare tutte queste sue voglie?”

“Sicuramente, lo farebbe”.

“Proprio una grande fortuna generare un figlio dal temperamento tirannico…”

“Una vera disgrazia!”

“Certamente! Un uomo di tale stoffa sarebbe soggetto a piaceri illegali non solo in sogno, ma anche da sveglio. Un simile soggetto, schiavo dei piaceri, non ci penserebbe due volte a rubare agli altri”.

“Lo credo bene!”.

“Se ne contassimo pochi di individui di questo tipo, all’interno dello Stato, rispetto ai cittadini temperanti e osservanti delle leggi, essi sarebbero comuni malviventi, dei semplici malfattori. Invece, mio caro, se uomini di tal lega si rivelassero ben più numerosi in proporzione a prima, potrebbe accadere che tra le loro fila provasse con forza a farsi spazio un vero e proprio tiranno”.

“Dici il vero, Socrate”.

“Amico mio, sarai d’accordo con me se ti dico che questi uomini dal temperamento tirannico si rivelano come dei meri opportunisti, che guardano al proprio scopo e non badano in alcun modo al mezzo per conseguirlo”.

“Certamente”.

“Sono persone infide e dedite all’ingiustizia, e più seguono questa strada e più sono in grado di metterla in pratica”.

“Per forza” disse Glaucone, rientrando nella conversazione.

“Glaucone, convieni con me se ti dico che se guardiamo allo Stato nel suo insieme e lo raffrontiamo al singolo uomo, possiamo dire con ragionevolezza che il rapporto che intercorre tra Stati differenti è lo stesso presente tra uomini differenti, ovvero che la differenza tra la tirannia e la democrazia è la stessa che esiste tra uomo tirannico e uomo democratico?”

“Dici il vero, Socrate” mi rispose.

“Questo accostamento lo possiamo fare sia considerando la virtù, sia mettendo in luce la questione della felicità. Dal punto di vista della virtù lo Stato tirannico è collocato all’estremo opposto rispetto allo Stato che abbiamo trattato inizialmente, ovvero quello monarchico, non credi?”

“Certamente” mi rispose.

“Rispondimi anche su questo: secondo il tuo parere il tiranno è felice?”

“Ti direi di no, Socrate”.

“In verità ti dico, Glaucone, che per giudicare un singolo uomo a capo dello Stato dobbiamo porci nella prospettiva di colui che lo ha frequentato più da vicino e assiduamente; le nostre considerazioni devono tendere l’orecchio a chi lo ha visto e giudicato nel privato, al di là dell’immagine pubblica”.

“Credo sia davvero il modo più sensato di procedere”.

“Quindi fingiamo di essere tra coloro che hanno frequentato un uomo di tale specie e procediamo ora parlando dello Stato e dell’uomo sulla base della somiglianza tra i due. Partiamo dal primo e rispondimi, mio caro: dirai libero o schiavo uno Stato retto da un tiranno?”

“Schiavo, senza dubbio”.

“Eppure, al suo interno vi sono anche padroni e uomini liberi”.

“Certo, ma sono una minoranza rispetto agli altri che sono totalmente asserviti al tiranno”.

“Bene, Glaucone; ragionando in tal modo, e se vi è somiglianza tra Stato e uomo, come abbiamo detto poc’anzi, allora deve esserci una parte dell’anima, la parte migliore di essa, che in casi simili a questi si rivela come asservita ad una parte minoritaria, quest’ultima caratterizzata dall’essere quanto mai perversa e fuori di senno”.

“Verissimo”.

“In tal senso, mio buon amico, l’anima nel suo insieme non si ritroverà perennemente in uno stato di confusione e di rimorso?”

“Per forza” mi rispose.

“Ti chiedo un’altra cosa, mio caro Glaucone: secondo il tuo parere, uno Stato retto da un tiranno è uno Stato ricco oppure povero?”

“Povero, Socrate. Senza alcun dubbio”.

“Ebbene, in questo caso, sempre considerando la relazione che intercorre tra Stato e uomo, possiamo affermare che anche l’anima retta da un tiranno è povera, così come non è mai sazia”.

“Certo” mi rispose.

“Uno Stato di questo tipo e un uomo di questo genere, Glaucone, sono o non sono entrambi disgraziati e colmi di paure?” gli chiesi.

“Certamente. È questo l’esempio di uno Stato sventurato più di qualsiasi altro e la stessa sorte è condivisa dall’uomo dal temperamento tirannico”.

“E qui ti sbagli, Glaucone” gli dissi.

“Mi sbaglio? Che cosa vuoi dire, Socrate?” mi chiese.

“Non è affatto l’uomo tirannico il più disgraziato tra tutti, lo è il tirannico che non vive la sua indole in privato, ovvero colui che è diventato un vero e proprio tiranno”.

“Non posso che darti ragione e avere fede in quello che dici, Socrate” mi disse.

“Ti ringrazio, ma in simili casi è giusto procedere non solo per fede, ma approfondendo la questione, attraverso il ragionamento e non dando nulla per scontato, poiché il nostro obiettivo è quello di comprendere con certezza e dare un volto a chi vive una vita buona e a chi no”.

“Facciamo come dici” mi rispose.

“Direi di procedere in questo modo, esaminando dapprima un esempio, ovvero prendiamo in considerazione quei padroni che vivono con a servizio parecchi schiavi. Questi uomini non assomigliano in qualche modo a un tiranno?”

“Si, nel loro piccolo” mi rispose.

“Naturalmente, costoro non hanno timore dei loro domestici, questo perché la legge dello Stato gli garantisce sicurezza”.

“Certamente”.

“Supponiamo, ora, che un dio decida di portare la famiglia di uno di questi padroni, compreso lui e i suoi cinquanta o più schiavi, in un luogo deserto. Non credi che, in una situazione del genere, il padrone finirebbe per temere i suoi sottoposti? E non credi che li adulerebbe e li ricompenserebbe senza alcuna ragione pur di mantenerli calmi e di non provocare una loro aggressione?”

“Ovvio!”

“Supponiamo ora che il dio decida di circondare il padrone di altri uomini; uomini liberi che non tollerano la schiavitù. Non credi, mio buon Glaucone, che la sua condizione peggiorerebbe enormemente in questo modo?” gli chiesi.

“Sarebbe proprio un bel guaio per lui, caro Socrate; operchè sarebbe circondato da nemici che lo spiano”.

“Glaucone, mio caro. Non pensi che in una situazione del tutto simile viva il tiranno, un uomo dominato da amori e da appetiti di ogni genere e da essi travolto? Un uomo che si consuma e vive da solo il proprio potere senza l’avallo di alcuna legge o istituzione? Un uomo, altresì, che non può andare da nessuna parte se non stare rintanato in casa, come fanno le donne, invidioso di quei cittadini che possono viaggiare e vedere le cose meravigliose che offre il mondo?”

“È proprio come dici tu, Socrate”.

“Eccolo, quindi, colui che ritenevi massimamente infelice, l’uomo tirannico che per sua sfortuna è costretto a fare il tiranno e che in tal modo è ancora più infelice ed è cagione di infelicità per chiunque gli stia intorno. Il tiranno è il più misero tra gli uomini, Glaucone, oppresso dall’invidia e dalla paura, costretto ad adulare gli uomini peggiori. Egli è intimamente infido, asociale, ingiusto, totalmente dipendente dal potere…”

“Non avresti potuto descriverlo meglio, Socrate”.

“Che ne dici di fare una classifica degli uomini di potere che abbiamo descritto sino ad ora, ordinandoli sulla base della loro felicità. In che ordine posizioneresti l’uomo regale, il timocratico, l’oligarchico, il democratico e il tiranno?”

“Direi che il tuo è l’ordine giusto nel quale nominarli” mi rispose.

“È proprio così, Glaucone. Il tiranno, mio caro, non gode di nessuna libertà e di tutti gli uomini è di certo il più infelice. Sono riuscito a dimostrartelo come si deve?”

“Direi di si”.

“Ora, vediamo se ti può andare a genio anche questa ulteriore strada per dartene prova”.

“Procediamo pure” mi disse.

“Bene. Come la città è divisa in tre parti, così anche l’anima umana è tripartita, lo abbiamo visto”.

“Lo ricordo bene!”

“Perfetto. Per procedere con una seconda dimostrazione potremmo partire da questa condizione”.

“Cosa intendi dire, Socrate?”

“Intendo dire che se sono tre le parti, tre debbono essere i piaceri, ognuno distinto per ogni singola parte dell’anima. Abbiamo quindi la parte razionale, la parte irascibile e quella concupiscibile. Non le abbiamo forse chiamate in questo modo?”

“Certamente, lo abbiamo fatto”.

“La parte concupiscibile, mio caro, si distingue per il suo amore per la ricchezza e il denaro. Quella irascibile vuole la vittoria e la gloria; mentre la parte razionale ama la conoscenza e la filosofia”.

“Mi sembra giusto!”

“Bene, Glaucone. Non possiamo affermare che in alcuni individui prevale una certa parte dell’anima mentre in altri un’altra?”

“Certamente, avviene proprio in questo modo”.

“Quindi, potremmo asserire che esistono tre tipi di uomini, ovvero un primo tipo che ama il sapere, un secondo che aspira alla gloria, un ultimo che ha come fine principale il guadagnare, l’ammonticchiare denaro”.

“È ovvio, Socrate”.

“E ciascuno di essi non vede forse il suo piacere al di sopra di tutti gli altri?”

“Certamente” mi rispose.

“In effetti, colui che ama il guadagno non può che svalutare il sapere e la gloria, poiché entrambi non conducono alla ricchezza. Chi invece aspira alla gloria riconosce la volgarità del denaro e l’inconsistenza della conoscenza. Il sapiente, infine, il quale tende alla conoscenza del vero, non desidera in cambio nessun’altra cosa se non il sapere”.

“Assolutamente, Socrate”.

“Glaucone, devi sapere che solo il filosofo ha esperienza di tutti e tre i piaceri sin dall’infanzia, dunque è l’unico a poter dare un giudizio chiaro figlio dell’esperienza, del discernimento, della ragione. Egli è il solo a poter unire l’esperienza al ragionamento, a differenza degli altri due uomini.”

“È chiaro ciò che dici”.

“Il piacere del filosofo è allora il più soave tra i tre. Al secondo posto poniamo la gloria e solo in ultima posizione la ricchezza. Non abbiamo dimostrato, in tal modo e ancora una volta, che il giusto è più forte dell’ingiusto?”

“Certo!”.

“Ora, tentiamo una terza dimostrazione… E se la porteremo a termine, allora la dedicheremo a Zeus, mio caro Glaucone”.

“Facciamolo” mi disse.

“Prima di tutto diciamo che solo la sapienza è un piacere reale, mentre gli altri due rappresentano un abbozzo di piacere. Seguimi nel mio ragionamento, Glaucone, e rispondimi: il dolore non è forse il contrario del piacere?”

“Certamente, Socrate”.

“Benissimo, mio caro. Possiamo affermare che esiste una condizione intermedia, che potremmo chiamare di quiete, tra il non provare gioia e il non provare dolore?”

“Possiamo dirlo, certamente”.

“Pensiamo ai malati, Glaucone. Essi forse non affermano che la cosa migliore per loro sia il riacquistare la salute? E non dicono anche che, quando erano sani, non si rendevano conto sino in fondo di quanto fosse bello lo stare bene?”

“Certo” mi rispose.

“Costoro, sono le stesse persone che esaltano la salute ben più di qualsiasi altro piacere, perché rappresenta per loro un’assenza di pena, un momento di pace.”

“Li comprendo bene, Socrate”.

“Bene. Pensiamo al caso opposto, ovvero a chi smette di provare piacere. L’assenza di piacere non risulterà a costoro tanto dolorosa quanto la presenza stessa del dolore?”

“Direi di si” rispose lui.

“Dunque, la quiete, la pace, ossia la condizione intermedia di cui abbiamo parlato poc’anzi, deve rappresentare sia una condizione di dolore, sia una di piacere. Ne convieni con me?”

“Pare sia proprio così, Socrate”.

“Dimmi, caro Glaucone: uno stato d’animo di benessere e uno di dolore, non conducono al pensare per entrambi a una forma di movimento?”

“Certamente”.

“Mentre ciò che non è né l’uno né l’altro, a una condizione di quiete? Forse non lo abbiamo già detto?”

“Lo abbiamo detto, Socrate, e sono perfettamente d’accordo”.

“La quiete pare quindi assumere la forma del piacere di fronte al dolore e divenire dolorosa dinnanzi al piacere. Eppure, esistono piaceri che non derivano dalla cessazione del dolore e che sussistono di per se stessi e che non provocano dolore quando cessano di dare piacere. Mio caro Glaucone, devi sapere che i piaceri che di per se stessi esistono solo perché derivati dal dolore, sono piaceri relativi, ovvero legati alla contingenza. Pensa alla fame o alla sete, all’ignoranza o alla dissennatezza. Non sono, questi, tutti esempi di falle che si creano nella struttura del corpo?”

“Direi di si, Socrate” mi rispose.

“Queste falle, mio buon amico, devono essere riempite dal cibo in un caso e dalla ragione nell’altro. Tuttavia, è proprio la ragione, la conoscenza, a partecipare della verità e dell’essere in maniera molto maggiore rispetto al cibo… O non sei d’accordo con me?”

“Come potrebbe essere altrimenti, caro Socrate?”

“Ora, hai compreso che quelle realtà che servono per la cura del corpo hanno meno verità e partecipano meno dell’essere rispetto a quelle attività che attengono alla cura dell’anima”.

“Certamente, è così”.

“Quindi, coloro che vivono la propria esistenza senza avere idea di cosa sia la saggezza, non credi che vivano come sospesi in uno stato intermedio senza raggiungere le vette della verità, delle cose stabili, ovvero di ciò che è sempre uguale a se stesso?”

“Certamente!”.

“Glaucone, questi individui sono immersi in falsi piaceri, che cambiano di intensità e in tal modo attraggono i dissennati, conducendoli altresì in uno stato di guerra reciproca. Ti dico, mio caro amico, che le due parti dell’anima, quella irascibile e quella concupiscibile, devono accordarsi con la ragione affinché sia loro possibile perseguire i piaceri più consoni alla loro natura. La ragione farà in modo che ogni parte assolva alle proprie funzioni secondo giustizia”.

“L’importante è che una parte non prenda il sopravvento sulle altre, altrimenti tutta l’anima rincorrerebbe un piacere a lei estraneo”.

“È proprio così, mio caro. Per questo motivo non si deve uscire dal raggio di azione della ragione e della filosofia, che più di ogni altra cosa si avvicinano alla dimensione della legge e dell’ordine; condizioni estranee al tiranno che è destinato a vivere una vita massimamente infelice”.

“Perfettamente d’accordo con te, Socrate” mi disse lui.

“Pensiamo ancora a quest’infelice. Egli dista tre lunghezze dall’oligarchico, perché tra lui e quest’ultimo si pone il democratico”.

“Esatto”.

“Quindi, il tiranno condivide un piacere che dista tre volte di più dal vero rispetto a quello dell’uomo oligarchico. Questi dista tre lunghezze rispetto al medesimo piacere dell’uomo regale, quindi il tiranno è distante il triplo del triplo rispetto a quest’ultimo. Se calcolassimo alla perfezione la distanza tra il re e il tiranno, scopriremmo che la vita del primo supera di 729 volte in meglio quella del secondo”.

“Hai escogitato un modo molto complesso per dimostrarlo, Socrate”.

“Ora, torniamo a una delle nostre affermazioni iniziali, ovvero quella per cui al disonesto convenga comportarsi come tale, purché riesca ad apparire come un uomo giusto”.

“Facciamolo”.

“Immagina, mio caro, un animale dalla forma composita, dalle molte teste di animali selvaggi e domestici; dopo di che, pensa alla forma di un leone e poi a quella di un uomo. La prima più grande della seconda”.

“Lo sto immaginando, Socrate” mi disse.

“Adesso, unisci insieme tutti e tre come a formare un unico organismo vivente”.

“Fatto”.

“Fai in modo che esternamente appaia come un uomo e che solo internamente vi sia la composizione di cui abbiamo parlato”.

“Benissimo, fuori uomo e dentro insieme tutte e tre le forme che si accrescono”.

“Allora, Glaucone, chi loda l’ingiustizia, non vorrebbe che a prevalere fossero il leone e il mostro multiforme? Mentre chi sostiene la forza della giustizia, non si immagina al contrario che sia l’uomo a domare il leone e che insieme ad esso riesca ad ammansire il mostro multiforme?”

“Direi di si”.

“Il fine, mio caro, è quello di assoggettare la parte peggiore a quella migliore; l’intemperanza, la prepotenza, la mollezza, la volgarità, devono essere soggette alla parte razionale dell’anima. Tutto ciò, bada bene, non va affatto a danneggiare la parte sottomessa, perché è interesse di tutti, e ne converrai con me, il farsi condurre da un essere razionale e divino”.

“Come potrebbe essere altrimenti?”

“E tutto ciò, amico mio, non corrisponde forse alla soggezione dei sudditi alle leggi dello Stato?”

“Certamente!” mi rispose.

“Glaucone, è indubbiamente stolto chi afferma che vi sia utilità nel commettere ingiustizia e nel non pagarne la pena. Tanto più che un ingiusto che opera nell’ombra non potrà che diventare ancora più malvagio e ingiusto; al contrario di chi riceve il meritato castigo, poiché costui potrà aspirare a redimersi.”

“Bellissime parole, Socrate”.

“Lo scopo dell’uomo giusto, Glaucone, deve essere quello di equilibrare le necessità del corpo con quelle dell’anima. Per favorire ciò, egli non si deve occupare di politica se non nella sua Città interiore, la stessa che forse non esiste ancora nella realtà ma della quale è possibile contemplare il modello nel cielo”.

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