Sicurezza

C8E71E14-C4F5-4742-8B6A-0FAAB7F6894DRiflettevo sulla parola sicurezza.
Da un lato sul suo significato più comune, immediato, inteso cioè come difesa di noi stessi e dei nostri cari da ogni possibile rischio, da qualsiasi pericolo. Dall’altro lato pensavo alla sua etimologia: sicurezza deriva da “senza preoccupazione” e la parola preoccupazione proviene dal verbo “prevenire”.
Sicurezza vuole dunque prevenzione che si manifesta come un rimedio per l’angoscia, la quale rintraccia nel futuro la propria origine.
L’angoscia oscura gli orizzonti di vita, è l’ombra dell’attesa, ha scritto Eugenio Borgna. Essa è la paura del non presente, del “non essente”.
Se la paura vuole qualcosa di tangibile per manifestarsi, l’angoscia al contrario si rivela in quanto degenerazione della paura, è la sua forma patologica, è paura dell’ignoto.
Stipuliamo polizze assicurative, ci vacciniamo. Abbiamo fede in Dio o altrettanto fortemente non crediamo. Sono queste tutte forme particolari dello stesso tema.
Tuttavia, se dal particolare ci si sforza di guardare all’universale, ecco che la sicurezza si trasforma e il suo carattere soggettivo assume le sembianze di “principio” che, in quanto tale, non è possibile definire universalmente.
Da qui un paradosso, che vede fondare la sicurezza nell’insicurezza, il sapere nel non sapere… in tal senso, forse, l’umiltà si rivela come la maggiore tra le virtù dell’uomo.

Il significato di Cultura

8E3062EA-17A3-40E5-AEB1-94F3A5B2740BRagionare sulla Cultura può condurre a un dilemma legato alla sua stessa definizione: cos’è Cultura?
È forse tutto ciò che ci caratterizza e che abbiamo assorbito attraverso l’esempio dei nostri genitori o magari dalla scuola e dagli insegnanti? Certamente si, Cultura è anche questo.

Personalmente ritengo che la Cultura ci definisca in quanto uomini e quindi ci costituisca intimamente come esseri umani.
È certamente figlia di tutte le nostre esperienze e, in tal senso, rappresenta uno strumento per osservare criticamente il mondo, per dare significato alla realtà e conferire valore alle cose. Penso inoltre che la Cultura, proprio perché significante e significato dal valore universale, non possa che rivelarsi attraverso le condizioni di “gratuità” e di “trasmissibilità” che le sono proprie.

È dunque necessario aprirsi alla Cultura per assecondare la propria natura; e il modo migliore per farlo è quello di aprirsi agli altri.

In tal senso vorrei dire a chi parla di oicofobia (e che fa parte della Giunta vercellese), che la Cultura è l’unico bene dell’umanità, che diviso tra tutti, anziché diminuire, diventa più grande.
Non è farina del mio sacco questa frase, sarei felice di prendermi la paternità di questa affermazione; l’ha scritto Hans-George Gadamer, grande filosofo tedesco, molto legato alla sua Germania, grande amante dell’Italia, degli italiani, del mondo… del sapere.

La cultura è gratis, bisogna naturalmente aprirle la porta. In tal modo il mondo cambierà perché sarà lo sguardo dell’osservatore a cambiare…

Ricordi di tennis…

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Ricordo tre fantastiche finali, tra Edberg e Becker, a Wimbledon, l’ultima nel 1990.

Ricordo Michael Chang, americano, e Arantxa Sanchez, spagnola, vincere entrambi a 17 anni il Roland Garros, nel 1989.

Ricordo Ivan Lendl, che rinunciò a tutti i tornei dello Slam, sempre nel 1989, per allenarsi sull’erba e concentrarsi su Wimbledon, unico torneo del Circuito che non aveva mai vinto. Non ci riuscì  neanche quell’anno, perdendo anche la posizione numero uno della classifica ATP.

Ricordo i servizi al fulmicotone di Marc Rosset e di Goran Ivanisevic.

Non dimentico la Seles, accoltellata in campo da un fan della Graff. Tanto spavento per lei, un trauma più mentale che fisico, che la tenne fuori dal circuito WTA per molto tempo.

Non posso dimenticare le sfide tra gli “inarrivabili” del team Bollettieri: Agassi, Sampras, Courier tra gli uomini. Jennifer Capriati e la Svizzera Hingis tra le donne.

Ricordo Thomas Muster, austriaco, Bradley Cooper è il suo sosia più giovane, che vinse il Torneo di Roma, gli Internazionali d’Italia sulla terra rossa, l’anno successivo ad un incidente d’auto dal quale sembrava che non si sarebbe più ripreso. Invece divenne il re della terra rossa, almeno per un paio d’anni… si allenava con il nostro Diego Narciso, che non imparó molto da Muster, purtroppo.

Per l’Italia del tennis non fu un periodo felicissimo. Ricordo solo l’exploit in coppa Davis di Paolino Canè; e Omar Camporese, che portó per due volte al quinto set Boris Becker, la prima volta agli Australian Open, la seconda in Germania in coppa Davis, alcuni mesi dopo, senza mai batterlo. Vinse nel 1991 il torneo di Rotterdam, superando Ivan Lendl in finale. Fu l’apice della sua carriera.
Cristiano Caratti arrivó in finale, nel 1991, a Milano, dove perdette con Volkov.
Io, giovanissimo, assistetti dal vivo all’incontro tra Caratti e Nicklas Kulti, mi sembra fossero i quarti di finale. Ad un passante di Caratti alzai leggermente il pugno in segno di soddisfazione; in quel momento Kulti mi guardò, ero in prima fila, polverizzandomi. Passai il resto del match composto e in rigoroso silenzio.

Era il periodo delle immense telecronache televisive di Rino Tommasi, è lui che ha coniato il termine “veronica” a indicare la volè alta di rovescio, accompagnato dalla voce inconfondibile di Ubaldo Scanagatta. Con loro c’erano anche i grandi Gianni Clerici e Robertino Lombardi.

Era questo il palcoscenico del tennis del dopo Borg; prima degli attuali Federer, Nadal e Djokovic.
Un periodo di grandi talenti, di partite epiche, di grande spettacolo… proprio come ora, esattamente come prima di loro.

Amo questo sport!

Pensieri in corso… di studio

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Ancora un sabato sui libri, un altro weekend speso a studiare.

Seppur sia una mia routine consolidata da anni, almeno otto (quasi non li conto più), mi rendo conto che il mantenere la concentrazione mi diventa sempre più faticoso.

Confesso che alcune volte (anzi direi molte volte), l’istinto mi suggerisce di mollare; è pur vero che non tutto quello che fa parte di un programma di studi ha in sé il talento (innato) di interessare spontaneamente lo studente.

È proprio in questi casi che l’impegno e la forza d’animo si rivelano decisivi, così come il non inciampare nell’infingardo tranello della distrazione.

A me, per esempio, è capitato di osservare con inconsueto trasporto la punta della matita che tenevo tra le dita; chiedendomi, con il compiacimento proprio di chi fa una domanda estremamente intelligente, quale fosse il periodo storico dell’invenzione del temperamatite… Scivolando poi in quel temuto labirinto d’associazione di idee che, dal temperamatite, conduce all’argomento “lame” e “rasoi da barba”… e così via.

Fortunatamente incomincio a scorgere il traguardo, proprio lì, appena dopo l’estate. Un traguardo che non vuole rappresentare la fine di un percorso, quanto il trampolino per qualcos’altro…

“Siamo una Repubblica” 2 Giugno 1946

Repubblica italiana

Conosco persone, alcune a me molto care, che manifestano preoccupazione per quella che definiscono: una svolta fascista del nostro Paese.

Prima di proseguire con il mio ragionamento credo sia corretto presentarmi come elettore, almeno a grandi linee, il che ha un po’ del: “inizio un discorso sugli immigrati premettendo il fatto di non essere razzista”.
Nonostante ciò voglio correre il rischio di apparire contraddittorio e continuerò seguendo la linea narrativa che mi sono imposto.

Sin dalla mia prima volta alle urne ho votato a sinistra, seppur sia spontaneo per me collocarmi tra i moderati, forse perché il descrivermi come un “elettore trasversale” mi pare non immediato al fine di chiarire la mia reale collocazione politica, che meriterebbe una spiegazione ben più approfondita (cosa che non intendo fare ora e in questa sede, anche solo per non tediare troppo il lettore).
Il fatto che io sia circondato da un alone di turbamento e di preoccupazione, ma soprattutto che i miei sentimenti si dimostrino immuni al contagio, mi induce a soffermarmi e a riflettere.

Innanzitutto mi chiedo:
– È un abbaglio il mio non vedere la “svolta fascista” del nostro Paese?
– Sono in errore a credere che il Governo appena formato rappresenti, in realtà, un elemento di positività per tutti, sia per i vincitori che per i vinti?
– Sbaglio a pensare e ad affermare che sia stato il PD ad aver scelto una linea intransigente in questi anni, percorso che inevitabilmente lo ha portato al suo declino?

Partiamo dal primo punto.
Non credo che sia corretto parlare di svolta fascista o sia giusto definire il Governo entrante “un Governo di stampo neo-fascista”. Possiamo però affermare, senza timore di smentita, che La Lega di Salvini ben si collochi, prendendo come riferimento l’asse politico Gal-Tan (Green-Alternative-Libertarian / Traditional-Authoritarian-Nationalism), in una posizione che ricalca fedelmente la nuova immagine della destra occidentale (parte Tan), con tratti di carattere populista, anti-sistema ed elementi comuni anche alla destra tradizionale conservatrice.
Il M5s non ha una posizione definita, questo deriva dalla sua struttura eterogenea, in quanto raccoglie militanti di estrazione/tradizione politica differente.
Se Salvini intercetta elettori della destra (anche estrema) e cittadini scontenti del sistema, i “grillini” annoverano un bacino elettorale ben più diversificato.
Le due formazioni al Governo non si sovrappongono totalmente, tuttavia si sostengono cercando una convergenza sui temi attraverso una contrattazione, per farlo infatti hanno formalmente stipulato un contratto di governo.
Può una maggioranza creata attraverso un contratto e non mediante un’alleanza figlia di una genetica comune, portare il Paese ad una svolta fascista? Come anticipato inizialmente la mia risposta è no.
Se la coesione nasce da un “contratto sul fare” e non da un fondamento comune (proprio perché così differenti geneticamente), i due movimenti devono dimostrarsi responsabili di un controllo formale dell’uno nei confronti dell’altro.
Penso che sia sufficiente questo a motivare, i più pessimisti, al non rievocare i demoni di un tragico passato.

Sulla seconda questione mi viene da dire, forse banalmente, che una legislatura all’opposizione non può che far bene a una ormai ex maggioranza, divisa al suo interno e invisa al “pubblico”.
Il processo di accountability si è qui manifestato nella sua cruda e brutale interezza. Solitamente, la bocciatura degli elettori alla propria compagine, avviene in elezioni meno importanti, prendendo la forma di un ammonimento, le sembianze di un avvertimento. In questo caso non è più l’espressione di una banale ammenda, bensì è una bocciatura in piena regola. Non è una minaccia, ma il capitolo conclusivo di un sodalizio fallito tra una buona parte degli elettori e il proprio partito.
Per i vincitori il discorso è differente: possono finalmente dimostrare di saper governare, di essere in grado di risolvere i problemi della Nazione.
Siamo tutti in attesa dei primi risultati per poterli giudicare, nel bene e nel male.
Non mi sembra che ci sia altro da dire per rispondere al quesito, se non concludere augurando al Partito Democratico di ritrovare la giusta strada, quella che possa ricondurlo al “cospetto del cittadino”.

Da questo ragionamento il passo che porta al rispondere all’ultima questione è breve.
Gli slogan anti Europa, o quelli anti élite, nascono dalla sensazione, comune a molti (il voto ha parlato, anzi urlato), per cui il sistema politico, la sinistra in testa, abbia smarrito il concetto di sovranità nazionale, che abbia perso di vista il suo tradizionale bacino di elettori e che sia convinto di non dover rendere conto delle proprie decisioni, come se fosse protetto da un salvacondotto di natura patriarcale, parente stretto del motto: “quello che stiamo facendo è per il vostro bene”.

La politica, almeno io mi sono fatto quest’idea, deve manifestarsi come l’attività del-fare-per-la-comunità. Naturalmente questa attività non può che produrre effetti su tutti i membri della società, dunque su gli stessi politici che se ne fanno carico.
Questo fare-per-gli-altri, e dunque per sè, quando ben visibile e ben riconoscibile, ha altresì il dono di avvicinare la società civile alla politica, di rinforzate i legami tra di essi, di creare capitale sociale e fiducia.
Riprendendo il filosofo Paul Ricoeur, mi viene da dire che il politico deve saper mescolare al meglio la dimensione morale/kantiana relativa al dovere, con quella etica/aristotelica relativa al fine, un fine che altro non è che il bene comune.
Mi è capitato di sentire, parole proferite dalla bocca di un rappresentante politico (che conosco personalmente), che le decisioni politiche devono essere spiegate, ma nel momento in cui il cittadino non ne capisce il significato (o la strategia di fondo) allora il problema non è più del politico.
Io gli rispondo qui, ora, che i cittadini non devono capire per forza, le persone non hanno il dovere di capire le regole del gioco; desipere est iuris gentium, diceva Schopenhauer (essere irragionevoli è un diritto naturale); tuttavia la politica, quella democratica, oltre ad aver l’obbligo di fare gli interessi di tutti (il che non vuol dire accontentare tutti indiscriminatamente), dovrebbe lavorare per mantenere sempre viva la propria credibilità agli occhi dei cittadini, di tutti i cittadini, se non altro per una questione di sopravvivenza politica.
Nel momento in cui chi ha governato non è stato capace di trovare un giusto equilibrio in tal senso, non pare ragionevole imputare la responsabilità del fallimento elettorale alla coscienza frivola del cittadino/elettore o al suo essere sprovveduto o irragionevole. Credo proprio che sia palese quanto il problema sia solo del politico e non del cittadino.

Platone parlava del potere come di una forza che logora l’uomo.
Andreotti ci ha lasciato il detto per cui il potere logora, ma chi non ce l’ha.

Il fare-per in opposizione al fare-contro.

Io credo che solo nel momento in cui il fare-per sarà comune al Governo e all’opposizione, potremo davvero parlare di terza Repubblica.

 

Pensieri giacobini

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Nel ragionare su ciò che qualcuno ha definito la “casta politica”, mi è sorta l’immagine di un gruppo che non fa “specie a sè”.

In effetti una specie, se contemplata dall’esterno, dimostra di essere strutturata da individui tra loro molto simili. Non mi pare che sia questo il caso, almeno non a un primo sguardo: la “casta”, infatti, vuole che emergano delle forti differenze interne, agli occhi di chi la osserva, e che si continui a parlare di destra conservatrice/reazionaria e di sinistra rivoluzionaria. Schemi sicuramente legati al passato e che hanno subito una metamorfosi rispetto a prima.

Guardiamo solo al caso della proletarizzazione dei partiti di destra: un tempo non troppo lontano non era forse la sinistra che attingeva al bacino degli operai?

Tali differenze, ragionandoci, si rivelano dunque effimere.

Lo dimostra la società, la quale riproduce la “casta” secondo le disuguaglianze che lei stessa impone, disuguaglianze che in realtà non esistono. La “casta”, vista dal di dentro, dagli occhi di chi ne fa parte, non vede differenza se non nella dicotomia dentro/fuori.

Non è questa una sopravvivenza legata ad un “fine inganno”?
Eppure questa è politica; e così è da quando la politica è degenerata da “cura della città” a “cura degli interessi della città”, dal curarsi degli uomini al curarsi della sola dimensione economica; seguendo l’assunto errato per cui, rispetto alla dimensione economica, la cura degli uomini ne sia una naturale conseguenza e non un mero accidente.

Penso sia necessario fare dei passi a ritroso, non con il fine di indietreggiare, bensì con quello di prendere una buona rincorsa…

Rivista culturale

Questo progetto prende forma attraverso la collaborazione di alcune persone, tutte accomunate dalla passione per la lettura, per il cinema, per la filosofia, per l’arte… insomma, per la cultura in ogni sua manifestazione. Molti di noi sono alle prime armi ma tutti vogliamo fortemente dire la nostra e intercettare un pubblico di curiosi, stimolandoli proponendo loro tematiche differenti.

L’idea fondamentale del progetto è quella di creare visibilità ai collaboratori, oltre che di fornire un servizio. Il premio, per noi, si materializzerà nel momento in cui riusciremo a generare un interesse diffuso, se saremo perciò in grado di sviluppare una rete umana di interesse e di interessi.

La rivista, quindi, non vuole essere solo un contenitore di idee, ma assumere le sembianze di un ponte, di un collegamento, di un nodo attraverso cui raggiungere più persone, per rintracciare punti di vista anche divergenti e stimolare la riflessione.

Non è un progetto chiuso, anzi! Vuole diventare un canale di incontro e di divulgazione culturale.

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In questo articolo su infovercelli24 spiego il progetto in profondità.

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Cliccate sulla rivista e buona lettura!

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