La Repubblica – Libro quarto

platone

Leggere “La Repubblica” non è un esercizio facile, almeno per chi non possiede gli strumenti adatti per farlo. Di seguito, propongo una rivisitazione del testo di Platone, con il fine di renderlo più semplice e con l’auspicio che la lettura possa rappresentare un primo passo per avvicinarsi all’originale.

(Fonti:  “Alain Badiou, La Repubblica” – “Pierre Bourdieu, Risposte” – “Diogene Laerzio, Vite di Filosofi” – “Platone, Apologia di Socrate” – “Platone, Fedro” – “Platone, Gorgia” – “Platone, La Repubblica” – “Platone, Menone” – “Platone, Protagora” – “Platone, Simposio” – “Giovanni Reale, Per una nuova interpretazione di Platone” – “Giovanni Reale, Socrate”)

Libro quarto

Intervenne Adimanto:

“Dal mio punto di vista, Socrate, i guardiani hanno tutta l’aria di sembrare infelici. In effetti, non ti pare che trascorrano un’esistenza misera, soprattutto se confrontata con quella dei cittadini?”

“Cosa intendi dire, Adimanto?”

“Voglio dire che i guardiani comandano, dunque sono loro i veri padroni dello Stato, eppure non ne traggono alcun profitto per sé. Invece, gli artigiani, gli agricoltori, gli uomini d’affari, tutti posseggono la libertà di acquisire proprietà personali e di arricchirsi, mentre i guardiani non hanno altro che la comunanza delle cose, oltre che la responsabilità del governo e della difesa dello Stato”.

Le parole di Adimanto mi colpirono particolarmente e subito volsi il mio pensiero al concetto di intero e a quello di unità, contrapposti a quello di parte e di molteplice. Cos’era l’intero? Non certo la somma delle sue parti, almeno per quanto riguardava lo Stato giusto che stavamo costituendo. Nel nostro caso, in effetti, l’intero doveva rappresentare qualcosa di differente, un organismo a se stante…

“Caro Adimanto” gli dissi “la risposta arriverà da sola se procederemo, con metodo, lungo tutto il nostro percorso dialettico. Intanto, ti dico che nel nostro Stato la felicità risiede in tutti gli individui che lo costituiscono, non in una sola classe di cittadini”.

“Che intendi dire, Socrate?”.

“Cercherò di spiegartelo con un esempio. Prova a immaginare un artista che è intento a dipingere una statua”.

“Lo vedo” mi disse con prontezza.

“Bene. Ora immagina che qualcuno sopraggiunga e ne critichi i colori, in particolar modo quello utilizzato per gli occhi. Secondo costui il rosso sarebbe la scelta più appropriata”.

“Perché mai il rosso, Socrate?”

“Perché, sempre dal punto di vista del nostro critico, per la parte più bella si dovrebbe utilizzare il colore più bello. Ora, una buona risposta alla critica non potrebbe essere che il fine dell’arte non è quello di operare in funzione delle singole parti, quanto il ricercare la bellezza e l’armoniosità di tutto l’insieme?”

“Direi di si”.

“Quindi, Adimanto, sarebbe giusto secondo te dipingere gli occhi in modo da non farli sembrare dei veri occhi?”.

“Assolutamente no, Socrate”.

“Bene, torniamo con lo sguardo allo Stato. Credo che sarebbe assai semplice occuparsi del benessere di un agricoltore o di un vasaio, rendendoli ricchi e felici. Non credi che nel farlo, però, rischieremmo di trasformarli in qualcosa di differente da un agricoltore e da un vasaio?”

“Non capisco cosa intendi, Socrate?”

“Considera l’esempio per cui la nostra occupazione sia solo quella di donare ricchezza e felicità a tutti i cittadini. Non rischieremmo di perdere di vista il benessere dello Stato nel suo complesso?”

“Non capisco la differenza, Socrate”.

“Suvvia, Adimanto, non pensi che se si rendessero grassi e ricchi gli artigiani, questi non lavorerebbero più nel modo più consono, a danno del resto della comunità?”.

“Direi proprio di si” ammise.

“Allora, Adimanto, non potrai che convenire con me quando affermo che chiunque, in seno al nostro Stato, dovrà partecipare alla felicità nella misura che la natura gli concede”.

“Finalmente ho ben compreso quello che intendevi dire” mi disse.

“Ora, pensiamo a ciò che rende peggiori i lavoratori, mio caro. Non sono forse la ricchezza e la povertà?”

“Ti direi volentieri di si, se capissi meglio il senso della tua affermazione, Socrate”.

“Mio giovane amico, intendo dirti che i cittadini non dovranno arricchirsi oltre misura, né tantomeno vivere nell’indigenza, perché in entrambi i casi finirebbero per lavorare peggio e allo stesso modo insegnerebbero male la propria arte ai figli”.

“Mi pare molto sensato il tuo discorso”.

“Immagina il caso per cui un artigiano si arricchisca troppo. Non subentrerebbe in lui la pigrizia?”

“Molto probabile, Socrate”.

“Il troppo agio e l’opulenza non avrebbero l’effetto di indebolire la sua mente e il suo corpo? D’altro canto, se non guadagnasse abbastanza, non potrebbe rinnovare i propri strumenti da lavoro e ne andrebbe della qualità dei suoi prodotti”.

“Tutto giusto quello che dici”.

“È evidente che ricchezza e povertà rappresentano due estremi opposti che allo stesso modo rivelano tra loro dei punti di coincidenza”.

“A cosa ti riferisci, Socrate?”.

“Che la ricchezza produce lusso, pigrizia e voglia di abbandonare il proprio compito, mentre la povertà determina grettezza, lavoro scadente, oltre che anch’essa la propensione al trascurare le proprie mansioni”.

“Hai ragione Socrate. Quindi, sarà compito dei guardiani sorvegliare che tutti facciano il loro, col fine di non danneggiare il resto della comunità”.

“Hai capito benissimo, Adimanto. Inoltre, uno Stato armonioso ed equilibrato come questo, non credi che non temerà affatto di entrare in conflitto con uno Stato ben più vasto territorialmente e più ricco del primo?”

“Per quale motivo?”

“Perché lo Stato ricco sarà costituito da uomini indolenti e poco propensi al sacrificio. Lo Stato giusto, al contrario, non ambirà mai ad estendere il suo territorio e ad arricchirsi oltre misura, anzi, ricercherà un equilibrio tra la ricchezza e la povertà; e poiché, come abbiamo già sottolineato, caro Adimanto, saranno i guardiani a vigilare sul rispetto di queste regole, ecco allora come si rivela in tutta la sua importanza l’educazione giovanile impartita secondo il nostro metodo”.

“Certo Socrate, si dovrà procedere proprio in questo modo!”

“Gli educatori avranno il dovere di salvaguardare dal tempo e dalla dimenticanza le regole comportamentali condivise, delle quali sono parte anche tutte quelle leggi di condotta implicite, ossia non formalizzate giuridicamente sotto forma di leggi e che rivestono un ruolo di primissimo piano per la sopravvivenza dello Stato”.

“Quali sarebbero queste regole implicite?”

“Ad esempio il non parlare alla presenza di persone anziane o il rispettare i genitori. Allo stesso modo il mantenere un aspetto curato e indossare abiti consoni al proprio ruolo”.

“Ben detto!”

“Se queste regole risulteranno ben salde nell’anima dei giovani guardiani, mio buon amico, non vi sarà certo bisogno di una selva di leggi per regolare tutti i rapporti tra i membri dello Stato. Se invece i legislatori si incaponiranno nel produrre regolamenti su regolamenti, con l’intento di correggere ogni tipo di comportamento e di relazione tra i cittadini, non credi che farebbero la figura di quei malati che, anziché sanare il proprio regime di vita, insistono cocciutamente nell’alimentarlo negativamente?”

“È proprio come dici!”

“E non sono, questi qui, gli stessi che giudicano particolarmente odioso colui che dice loro la verità, allo stesso modo di coloro che  rimproverano l’ammalato dicendogli di non ubriacarsi, di smetterla di rimpinzarsi di cibo o di non eccedere nel sesso e nell’ozio?”

“Direi proprio di si”.

“Ora, Adimanto, i guardiani di uno Stato mal governato, non sono identici a questi disgraziati di cui ti ho parlato?”

“Spiegami meglio cosa intendi, Socrate” mi chiese.

“Non credi che si comportino in modo simile quegli Stati che, pur avendo leggi ingiuste, impediscono ai cittadini di modificare la propria costituzione, minacciandoli di morte se mai volessero provarci?”

“Così pare, Socrate”.

“Per questi particolari Stati, Adimanto, l’uomo perbene non rispecchierà la figura dall’individuo servile? Ossia di colui che li ossequia trattenendosi dal dire la verità? E i governanti non se li terrebbero buoni e ben stretti questi individui da poco, cercando di soddisfare ogni loro richiesta?”

“Assolutamente si” mi rispose.

“Noi, Adimanto, non dovremmo invece ammirare tutti quegli uomini che si fanno forza e tentano di raddrizzare queste storture?” gli chiesi.

“Certamente, non però gli altri che si credono forti perché la gente li applaude, nonostante non proferiscano parole di giustizia”.

“Ti capisco, nonostante ciò cerca di comprendere che costoro non sono che omuncoli, che pensano di risolvere i problemi attraverso una serie di regole e di regolamenti, non rendendosi conto, però, di contribuire alla costruzione di una matassa dalla quale sarà impossibile districarsi. In realtà, ti dico che sia lo Stato buono, sia quello male amministrato, non dovrebbero assolutamente occuparsi di simili questioni giuridiche. Nel primo caso perché basterebbero le leggi implicite prima descritte a rendere inutile la produzione di qualsiasi altro regolamento formale. Nel secondo, come abbiamo ben dimostrato, perché sarebbe ridicolo e inutile vivere all’interno di una gabbia di codici e di leggi”.

A questo punto avevamo formato il nostro Stato. Allora, invitai i presenti a ricercare in esso la giustizia, senza il mio aiuto però, perché avevo una gran voglia di tornarmene a casa da Santippe. Nessuno di loro acconsentì a lasciarmi andare via, perché volevano assolutamente che continuassi nella mia opera di ricerca.

“Allora, ragazzi miei, mi avete convinto. Proseguiamo…”

“Certamente Socrate, pensavi sul serio che non ti avremmo trattenuto?”
“Mi inchino alla vostra testardaggine. Proseguiremo analizzando lo Stato buono che abbiamo fondato, ragazzi miei. Per prima cosa vi domando: siete d’accordo che, per essere tale, lo Stato buono dovrà possedere quattro doti fondamentali?”

“Di quali doti stai parlando, Socrate?” mi chiese Glaucone.

“Parlo della sapienza, del coraggio, della temperanza e della giustizia” risposi io. E continuai “Ora, per chiarire definitivamente cosa sia la giustizia, mi pare saggio procedere per esclusione, ossia indagando le caratteristiche delle altre tre virtù con la speranza di comprendere, appunto per esclusione, le proprietà della quarta”.

“Mi pare proprio un’ottima idea” mi rispose.

“Perfetto. Allora consideriamo per prima la sapienza”.

“Facciamolo!”

“In uno Stato, la sapienza non equivale alla capacità di attuare buone scelte?”

“Certamente”.

“E come tale non dovrebbe essere attività esclusiva di un’unica classe di cittadini?”

“Direi di si”.

“Ora, coloro che governano lo Stato, ossia quelli che si occupano dell’organizzazione interna e dei rapporti con gli altri Stati, non li abbiamo chiamati guardiani?”

“Certo. Li abbiamo chiamati proprio in questo modo!”.

“Inoltre, i guardiani, non rappresentano la parte più esigua di tutta la popolazione?”

“Certamente”.

“Uno Stato, allora, cari miei, potrà dirsi sapiente nel momento in cui questi pochi uomini a guidarlo lo faranno con sapienza e con saggezza. Dunque, la sapienza dello Stato non si predica di tutte le sue parti, al contrario lo Stato è sapiente perché organizzato e governato da coloro che sono in possesso di tale virtù. In questo senso, non potremmo anche affermare che il carattere di una parte si riverbera su tutto l’intero?”.

“Come non darti ragione anche questa volta, Socrate”.

“Passiamo ora al coraggio. Non  è questa una caratteristica propria degli ausiliari? Non sarà coraggioso, dunque, quello Stato in cui lo sono i suoi guerrieri?”

“Certamente, Socrate”.

“Notate bene che il coraggio dei guerrieri rappresenta anche la salvaguardia costante dell’opinione sulle cose da temere”.

“Cosa intendi dire, Socrate?”

“Che proprio attraverso l’educazione che gli è stata impartita sin da fanciulli, i guerrieri divengono la memoria comune di ciò che si deve reputare pericoloso o meno. Vi vedo ancora dubbiosi… Ascoltate con attenzione questo esempio”.

“Ti ascoltiamo, Socrate”.

“Bene, siete d’accordo se vi dico che un tintore, prima di tingere le stoffe, deve prepararle a dovere, affinché il colore non stinga a causa dell’uso di detersivi?”

“Certo” mi rispose Glaucone.

“Allora, similmente, anche i giovani dovranno essere educati come si deve per resistere alle distrazioni e ai piaceri della vita. Quest’educazione, Glaucone, avrà giurisdizione su ciò che si dovrà temere all’interno e al di fuori del proprio Stato. Considerala come una sorta di memoria collettiva che si radica e che fornisce una definizione condivisa di pericolo. Ora, questa capacità di mantenere saldo, in ogni occasione, un punto di vista conforme alla legge di ciò che debba essere temuto o meno, io la chiamo coraggio, sempre che tu non abbia obiezioni in merito, caro Glaucone”.

“Nessuna, anche perché altre forme di coraggio che non nascano dall’educazione non le definiresti in questa stessa maniera, o sbaglio?”.

“Non sbagli affatto, mio caro. Definito il coraggio, direi di parlare ora della temperanza”.

“Facciamolo Socrate”.

“Di primo acchito, non ti da l’impressione che corrisponda a una certa armonia, a un equilibrio?”

“Così pare anche a me” mi rispose.

“Mi fa pensare a un particolare ordine per cui, chi la possiede, è in grado di essere superiore a se stesso”.

“Cosa intendi dire, Socrate?”

“Intendo dirti, Glaucone, che in una persona esistono due elementi in uno, l’uno peggiore e l’altro migliore. Dimmi, mio caro, non si suole affermare che, quando il migliore prevale sul peggiore, la persona pare più forte di se stessa e dunque ha temperanza? E quando accade il contrario, ossia quando è il peggiore a prevalere sul migliore, non si dice che quell’uomo diviene più debole di se stesso, ovvero intemperante?”

“Direi proprio di si”.

“Ora, riconduciamo questa riflessione allo Stato”.

“Facciamolo”.

“Bene, la temperanza e l’intemperanza dell’uomo non possono rappresentare al meglio quelle che sono la ragione e la passione nello Stato?”

“Direi proprio di si, Socrate”.

“E quando prevale la ragione, allora lo Stato non sarà più forte di se stesso? Se, invece, è la passione ad emergere sull’altra, lo Stato non sarà più debole di se stesso?”

“È ovvio!”

“Facciamo un ulteriore esempio, Glaucone”.

“Certo Socrate, ti ascoltiamo”.

“Parliamo allora dell’amore (questo esempio non è presente nella Repubblica ma nel Fedro). Non sono forse due le tendenze che dominano e guidano l’uomo? Non è la prima innata ed è rappresentata dal desiderio del piacere, mentre la seconda equivale alla retta opinione, che tende al bene più grande?”

“Direi proprio di si”.

“Queste due tendenze, Glaucone, a volte sono in equilibrio, altre volte la prima si impone sulla seconda e viceversa. Quando predomina la retta opinione vi sarà temperanza, quando, invece, primeggia il desiderio, allora la dissolutezza prenderà il sopravvento”.

“Non potevi spiegare meglio ciò che si intende per temperanza e il suo contrario, caro Socrate” mi disse.

“Inoltre, la temperanza, ragazzi miei, si estende a tutti i componenti della società. Infatti, la sapienza e il coraggio sono virtù specifiche di una classe di individui, la prima dei governanti mentre la seconda degli ausiliari, e attraverso di loro tali virtù si riverberano in tutto lo Stato. La temperanza, invece, si manifesta come una sorta di concordia, ovvero di un’armonia che tende ad abbracciare la comunità in tutta la sua interezza”.

“È bellissimo pensare alla temperanza in questo modo” mi disse.

“Arrivati a questo punto, caro Glaucone, dobbiamo concentrare i nostri forzi nel ricercare la giustizia, facendo bene attenzione che non sfugga al nostro sguardo”.

“Come faremo?” mi chiese.

“Glaucone, mi rendo conto solo ora che la giustizia l’avevamo sin dall’inizio tra i piedi, che quasi abbiamo rischiato di prenderla a calci”.

“Ma che cosa dici, Socrate?”

“Esattamente quello che ho detto. È un po’ come chi va alla ricerca di un determinato oggetto senza rendersi conto che ce l’ha già in mano”.

“E allora sbrigati, Socrate… dicci subito cos’è la giustizia, perché la curiosità ci sta logorando”.

“State a sentire, a me pare che la giustizia non sia altro che quel principio inderogabile del quale abbiamo parlato sin dall’inizio della costruzione del nostro Stato. Parlo del fatto che ogni cittadino abbia l’obbligo di operare in un solo campo specifico, ossia in quel particolare ambito per il quale è predisposto naturalmente. Proprio questa, dunque, mi sembra giustizia, ossia l’esplicare i propri compiti e non mettere le mani da altre parti”.

“Socrate, devi spiegarci meglio da cosa deriva questa tua convinzione”.

“Stavo pensando che la sapienza, così come il coraggio e la temperanza, debbono avere in comune una forza che le ha fatte tutte nascere e che permette loro di conservarsi”. Mi fermai un attimo a riflettere, poi gli chiesi: “Cosa rende buono uno Stato, Glaucone?”.

“Dovrai dirmelo tu, caro Socrate” mi rispose lui.

“Forse la concordanza di opinioni tra i governanti? O magari l’intelligenza e la vigilanza insite in loro? Oppure, ancora, la conservazione del precetto di cosa sia temibile o meno, da parte dei guerrieri?”.

“Difficile rispondere” mi disse.

“Non potrebbe essere, invece, la forza di cui abbiamo parlato in precedenza? E tale forza, cioè quella di portare avanti la propria specifica attività in seno allo Stato, non potremmo definirla giustizia?”.

“Credo di si, Socrate”.

“Cerchiamo di spiegarlo meglio. Non pensi che un giudice, nell’esplicare la propria funzione, abbia come fine quello di evitare che ogni individuo possa avere l’altrui ed essere privato del proprio?”

“Certamente”.

“E non lo consideri giusto questo modo di procedere?”

“Come no”.

“Bene, anche in questo caso torniamo all’idea per cui è giusto possedere il proprio e fare il proprio. Inoltre, non pensi che lo scambiarsi di ruolo tra le classi possa procurare danno allo Stato?”.

“Certo, lo abbiamo detto: chi ha le giuste competenze e la giusta educazione non potrà svolgere altro compito se non il proprio, altrimenti creerebbe danno all’intera comunità”.

“Hai compreso bene la lezione, mio caro Glaucone! Allora ammetterai che il maggiore misfatto per lo Stato non può che essere rappresentato dal non fare il proprio, ossia  dall’ingiustizia?”

“Assolutamente si”.

“Quindi giustizia sarà esattamente quello che dicevamo prima”.

“Non potrebbe essere altrimenti” mi rispose.

“Aspettiamo a cantar vittoria, Glaucone. Proviamo ora a trasportare questo stesso ragionamento dallo Stato al singolo individuo; se anche in questo caso perverremo alla conclusione di prima, allora saremo definitivamente sicuri di avere rintracciato un’adeguata definizione di giustizia”.

“Guidaci e ti seguiremo senza timore, Socrate”.

“Dunque, se lo Stato giusto è tale dal momento in cui le tre classi di cittadini che lo costituiscono partecipano ognuna alla vita della società, allora similmente dovrà accadere anche nel singolo individuo, ossia nella sua anima”.

“Lo credo anch’io”.

“Di conseguenza, in rapporto all’idea di giustizia, l’uomo giusto e lo Stato giusto non divergeranno per nulla; anzi, saranno identici”.

“Sicuramente!” mi rispose.

“La questione non è affatto scontata, Glaucone. Dovremo determinare se vi sia un solo principio a guidare le azioni umane, oppure se sono effettivamente tre i principi dell’anima, proprio come abbiamo dimostrato essere tre le classi all’interno del nostro Stato”.

“Facciamolo Socrate, senza perderci d’animo!”

“Forza, allora! Dimmi, Glaucone, ti sembra possibile che uno stesso oggetto, allo stesso tempo, agisca e contemporaneamente patisca? Mi spiego meglio, sarà possibile che quest’oggetto sia in grado di fare contemporaneamente due azioni tra loro in opposizione?”.

“Io ti direi di no…” mi rispose.

“Dunque, dinnanzi a un uomo fermo che batte le mani, diremo che al medesimo tempo una sua parte è ferma e l’altra in movimento oppure che è fermo e contemporaneamente si muove?”

“Diremo che una sua parte si muove e un’altra no, caro Socrate”.

“Prendiamo ora ad esempio una trottola che gira su se stessa. Se la osservassimo rispetto al proprio asse, non ci apparirebbe immobile? Se invece la guardassimo girare rispetto alla sua circonferenza, non ne vedremmo chiaramente il movimento?”

“Nulla di più vero” mi rispose.

“Se poi la inclinassimo rispetto al suo asse, oltre al vederla girare su se stessa non sarebbe normale percepirne il movimento anche davanti, indietro, a destra e a sinistra?”.

“Assolutamente si”.

“Quindi, chiunque ci dicesse che un oggetto, in un dato momento, può contemporaneamente agire e patire, noi non ne saremo affatto convinti, o sbaglio?”

“Non sbagli, Socrate”.

“Bene. Pensiamo agli opposti, Glaucone. Non metteresti in questa categoria l’afferrare e il respingere e anche l’attrarre a sé e l’allontanare?”

“Certamente” mi rispose.

“E per quanto riguarda i desideri, non collocheresti da una parte il bramare qualcosa mentre dall’altra il respingerla?”.

“Ovvio, Socrate”.

“Tra tutti gli appetiti, o desideri, mio caro Glaucone, potremmo dire che la fame e la sete sono i più evidenti?”

“Direi proprio di si”.

“Potremmo anche affermare che il primo è desiderio di cibo mentre il secondo lo è di una bevanda? Oppure non sei d’accordo?”

“Sono perfettamente d’accordo con quello che hai detto”.

“Ora, esiste, secondo te, una qualche relazione tra l’avere sete e il fatto che la bevanda sia calda, oppure fredda, o ancora dolce o amara?”.

“Non credo, Socrate”.

“Eccellente Glaucone, infatti non si ha sete di caldo o di freddo. Converrai con me che la sete, in quanto sete, lo è solo e semplicemente di una bevanda, così come la fame lo è del cibo”.

“Certamente” mi rispose.

“Dunque, mio caro, la relazione tra un soggetto e il suo oggetto prescinderà dalle qualità accidentali dell’oggetto”.

“Se ho ben capito quello che hai detto allora ti risponderei proprio di si, Socrate”.

“Glaucone credo che se hai davvero compreso, allora converrai ancora con me se mi sentirai affermare che qualsiasi desiderio, in quanto tale, non può che riferirsi a un oggetto in quanto tale; ossia a quell’unico oggetto per il quale il desiderio è predisposto secondo natura. In tal caso, le caratteristiche accidentali dell’oggetto non saranno importanti”.

“Socrate, però io ho sete di cose buone e anche tutti gli altri qui presenti non possono che ammettere di pensarla come me”.

“Glaucone, non è forse normale che chiunque aspiri sempre al buono?”

“Direi di si”.

“E questo buono non potrebbe essere una medicina amara, per esempio?”

“Certamente Socrate” mi rispose.

“Devi comprendere, mio caro, che tutte le cose che hanno una certa qualità sono in relazione con un oggetto che presenta un’analoga qualità. Tuttavia le cose che sono prese in sé, sono in relazione con oggetti presi in sé”.

“Puoi spiegarti meglio, per favore?”

“Pensiamo al rapporto tra due grandezze. Il maggiore non sarà tale perché posto in relazione con un minore? Lo stesso discorso non vale tra il più pesante e il più leggero? Così come tra il più veloce e il più lento e così via?”

“Certo!”.

“E se pensiamo alle scienze in generale, la pura scienza in astratto, non avrà come oggetto un puro oggetto in astratto?”

“Direi di si, se ho inteso bene quello che dici”.

“Pensaci bene, Glaucone, non potremmo dire che una scienza presa in quanto tale, senza alcuna declinazione specifica, avrà relazione con un oggetto in sé senza alcuna specificità?”

“Penso proprio di si, perché una scienza è tale nel momento in cui ha un oggetto che le è proprio” mi rispose.

“Benissimo, mio caro. Tuttavia, una particolare scienza avrà caratteristiche affini a quelle del suo oggetto, o non sei d’accordo?”

“Sono assolutamente d’accordo con te, Socrate”.

“Pare quindi logico che una scienza di un oggetto specifico, con specifiche caratteristiche, venga definita proprio sulla base delle caratteristiche del suo oggetto. Cerco di chiarire meglio il concetto: prendiamo ad esempio l’architettura, non sarà tale perché ha assunto le stesse qualità del suo oggetto?”

“Ti direi di si”.

“Seguimi bene, Glaucone… Con questo non intendo dire che i soggetti di una relazione posseggono gli stessi caratteri degli oggetti a cui sono correlati”.

“Che vuoi dire, Socrate?” mi chiese.

“Prendiamo l’esempio della medicina, non ne parleremo mai come di una scienza malata o sana bensì di una scienza riferita alla malattia, o sbaglio?”

“Non sbagli affatto” mi rispose.

“Sarà scienza medica e non solo scienza in sé, perché ha assunto la particolare qualità del suo proprio oggetto, seppure non nell’identico modo”.

“Mi sembra chiaro”.

“Quindi, ammetterai che la sete, se presa in quanto tale, non sarà sete specifica se non dell’oggetto specifico che è suo per natura, ossia di una bevanda senza alcuna caratteristica accessoria”.

“Mi sembra di avere capito” mi disse.

“Quindi, Glaucone, l’anima di chi ha sete, poiché ha sete, non desidera altro che bere; e se l’assetato si trattiene dal bere, significa che esiste una forza differente e opposta rispetto a quella che suscita la sete. Tutto ciò lo possiamo affermare con certezza perché ormai sappiamo che un soggetto non potrebbe fare, con una stessa sua parte, nel medesimo tempo, azioni opposte nell’ambito della relazione con il suo oggetto. Esattamente come l’arciere con una mano allontana l’arco e con l’altra lo avvicina, così nell’anima vi sarà una forza che desidera bere e un’altra che respinge quello specifico desiderio”.

“Non può che essere così, proprio come ce lo stai raccontando, Socrate”.

“Non pensi che il desiderio sia trascinato da una forza irrazionale, mentre ciò che lo respinge sia figlio della ragione?” gli chiesi.

“Mi pare proprio di si”.

“Dunque avremo un elemento irrazionale o concupiscibile (appetitivo) e un elemento razionale. Il terzo elemento sarà quello animoso, la parte dell’anima che talvolta contrasta e duella con il desiderio”.

“In che modo lo farebbe?” mi chiese.

“Ascolta questo aneddoto e lo capirai: un giorno Leonzio, figlio di Aglaione, mentre saliva dal Pireo alla città, vide molti cadaveri ai piedi di un boia. Se da un lato desiderava vederli, dall’altro ne provava repulsione. Per un po’ lottò con se stesso, alla fine dovette cedere all’impulso di guardarli. Mentre lo faceva, esclamò: «Ecco disgraziati, saziatevi di questo bello spettacolo!»”.

“L’esempio ha reso bene ciò che volevi trasmetterci”.

“L’anima irascibile pare proprio essere la naturale alleata della parte razionale… Glaucone, non ti sembra che l’anima dell’uomo si possa rappresentare come il luogo dove è possibile incorrere sia in schermaglie che in alleanze?”

“Che vuoi dire?” mi chiese.

“Che talvolta la parte animosa sostiene la ragione per sovrastare la parte appetitiva. In altri casi, invece, è il desiderio a prevalere sulla parte razionale”.

In questo modo fummo in grado di dimostrare quella strana correlazione tra lo Stato e l’individuo.

“Esattamente come avviene per lo Stato” continuai “anche nell’uomo l’elemento razionale governa la parte animosa, che assiste la ragione curando il desiderio, ossia salvaguardando i precetti dati dalla ragione su cosa sia temibile o cosa non lo sia. L’appetitivo è invece la fonte delle pulsioni e dei desideri. Naturalmente i primi due verranno educati con la musica e la ginnastica, proprio come avviene per i guardiani dello Stato”

“È davvero come dici, Socrate”.

“Rispondimi, Glaucone. L’uomo non si rivelerà temperante grazie alla concordia e all’armonia tra le diverse parti?”.

“Certamente, Socrate”.

“Eccola qui, quindi, abbiamo trovato la giustizia! Ossia, quell’armonia che si sviluppa nell’ottemperare alle proprie mansioni. Mi riferisco non all’azione concreta, bensì alla sua forma interiore. Parlo della stretta connessione che coinvolge la personalità, il carattere, la dimensione intima dell’uomo”.

“L’uomo giusto, quindi, avrà equilibrio all’interno della sua anima, ossia nessuna delle parti che la compongono si occuperà di ciò che non le è proprio. Dico bene, Socrate?”.

“Dici perfettamente, caro Glaucone. La giustizia disporrà gli elementi dell’anima in un sistema di dominanti e di dominati conforme alla natura. Mentre l’ingiustizia, Glaucone, farà l’opposto, ossia tenderà a disporre questi stessi elementi in un sistema di governanti e di governati, contrario alla natura”.

“Non avresti potuto dirlo meglio” mi rispose.

“Non è ragionevole ammettere che vivere secondo giustizia è da preferire rispetto al suo opposto? L’ingiustizia è un vizio, Glaucone, e rappresenta una malattia per l’anima”.

“Sarebbe ridicolo vivere tra gli agi da uomo ingiusto, sapendo che il fondamento stesso della propria vita è avvelenato da un vizio di quel tipo” disse Glaucone.

“Allora guardiamo gli aspetti di questo vizio e facciamolo prendendo in considerazione le cinque forme di governo esistenti” continuai.

“Facciamolo e non lesiniamo le nostre energie”.

 

Continua…

 

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