La Repubblica – Libro terzo

platone

Leggere “La Repubblica” non è un esercizio facile, almeno per chi non possiede gli strumenti adatti per farlo. Di seguito, propongo una rivisitazione del testo di Platone, con il fine di renderlo più semplice e con l’auspicio che la lettura possa rappresentare un primo passo per avvicinarsi all’originale.

(Fonti:  “Alain Badiou, La Repubblica” – “Pierre Bourdieu, Risposte” – “Diogene Laerzio, Vite di Filosofi” – “Platone, Apologia di Socrate” – “Platone, Fedro” – “Platone, Gorgia” – “Platone, La Repubblica” – “Platone, Menone” – “Platone, Protagora” – “Platone, Simposio” – “Giovanni Reale, Per una nuova interpretazione di Platone” – “Giovanni Reale, Socrate”)

Libro terzo

Continuai ad argomentare in quel modo con il fine di persuaderli che solo così i giovani sarebbero cresciuti rispettosi degli Dei, dei loro genitori e dei loro compagni. Naturalmente, in quanto futuri guardiani, ai fanciulli doveva essere insegnato soprattutto il coraggio e a non temere l’aldilà.

“L’Ade, infatti” dissi loro “non dovrà essere raccontato come un regno di ombre e di terrore. Si dovrà, altresì, stare bene attenti a non leggere ai ragazzi della debolezza degli eroi, ovvero della loro paura della morte, cantata da molti poeti. Gli educatori, quindi, dovranno tenere ben fermo il principio iniziale, ossia quello per cui si debba formare al meglio il carattere dei futuri combattenti che non dovranno assolutamente avere timore della morte né per loro stessi, né per i propri compagni in battaglia”.

“Perché anche per i compagni, Socrate?” mi chiese Adimanto.

“Proveresti tristezza nel sapere che un tuo amico è destinato a un posto migliore di questo?”

“No, anzi. Ne sarei contento”.

“Ecco, hai capito bene il motivo allora” gli dissi “I ragazzi non dovranno lasciarsi andare alla tristezza, né tanto meno al riso. Sarà, dunque, necessario trovare un equilibrio attraverso l’educazione. Non sei d’accordo, Adimanto, che educare un giovane guardiano debba avere questo scopo specifico?”.

“Certo. Il tuo ragionamento non fa una piega, Socrate.”

“Inoltre, Adimanto, i nostri giovani, oltre che coraggiosi, non dovranno crescere forti di temperanza e dare prova di sopportazione mentale e fisica, in qualunque circostanza?”

“Assolutamente si!”.

“E proprio in tal senso sei d’accordo che sarebbe assolutamente sbagliato leggere loro di uno Zeus rimasto vittima della passione amorosa?”.

“Certo!”

“Bene. Ricapitolando: abbiamo parlato dei racconti legati agli Dei, agli eroi e al mondo dell’Ade. Non ci resta, ora, che parlare di quelli che hanno come oggetto gli uomini. Tuttavia, poiché abbiamo detto che i poeti esaltano l’uomo ingiusto e lo definiscono felice, travisando quello che noi riteniamo essere la realtà, allora non potremmo che parlarne solo quando avremo dimostrato che la giustizia è superiore all’ingiustizia, o sbaglio?”.

“Non sbagli, Socrate. Come potremmo farlo prima?”

“In effetti, come potremmo accettare la tesi di molti poeti e prosatori che affermano che la felicità sia degli ingiusti e che l’ingiustizia procura profitto, che è un bene altrui e così via, mio caro Adimanto? Ancor di più se il nostro percorso vede l’educazione dei giovani guardiani legata a doppio filo con il concetto di giustizia. Non ti pare più corretto, quindi, giungere prima a definire la giustizia in maniera universale, per non incorrere nella possibilità di dichiarare il falso?”

“Mi sembra giusto”.

“Allora continuiamo la nostra ricerca e parliamo di come debbano essere narrati, ai fanciulli, i temi prima descritti”.

“Facciamolo”.

“Non pensi che non sia sbagliato affermare che siano tre le modalità attraverso cui è possibile narrare un qualsiasi evento? Il primo modo lo chiamerei narrativa semplice, ossia quello utilizzato nei ditirambi. In questo particolare caso sarà lo stesso autore a raccontare ogni singolo fatto e lo farà attraverso la sola narrazione, senza l’utilizzo di alcun dialogo tra i personaggi”.

“Una sorta di discorso indiretto…” mi disse.

“Esattamente! La seconda modalità la definirei imitativa ed è quella usata per le tragedie e le commedie, dove l’autore imita i personaggi attraverso l’uso dei dialoghi”.

“Chiaro, questo è l’opposto rispetto al precedente, ossia un discorso diretto”.

“Hai compreso bene il concetto. La terza, invece, è quella classica utilizzata nei poemi epici, ossia una sorta di somma delle prime due che vuole un’alternanza tra la narrazione e l’imitazione”.

“Quale dovranno usare gli educatori, Socrate?” mi chiese Adimanto.

“Non dovranno usare l’imitazione, caro amico. Perché imitare significa fare altro rispetto al proprio, ovvero non dedicarsi alla propria arte ma a quella degli altri. Dimmi, Adimanto, dedicarsi ad altro non comporta il non fare bene né il proprio, né il mestiere altrui?”.

“Direi di si”.

“I ragazzi dovranno essere educati, quindi, a concentrarsi su un’unica mansione per eseguire il proprio compito al meglio delle proprie possibilità, senza distrazioni. L’imitazione concessa” continuai “sarà solo quella riferita ai modelli che più si addicono all’educazione dei giovani guardiani”.

“E quale sarebbe?”.

“Sarà lecito imitare le persone coraggiose, quelle temperanti, devote e liberali. Adimanto, tu non credi che un’educazione di questo tipo possa creare nei fanciulli una seconda natura che si sovrapporrà all’originale?” gli chiesi.

“Direi di si, per come ce la stai raccontando”.

“Quindi, sarà premura dell’educatore alternare l’imitazione alla narrazione, imitando però solo l’uomo onesto, esattamente come se fosse lì presente, evitando al contrario di dare voce al disonesto”.

“Mi sembra ovvio”.

“Altresì, il lettore farà in modo di non dare enfasi alle proprie parole attraverso l’uso di lamenti e di pianti. Capirai bene che, in tal maniera, la lettura non sarà piacevole come una narrazione fatta di più voci; tuttavia, ormai lo sappiamo, lo scopo non deve essere il godimento dei fanciulli nell’ascoltare, quanto il fine per cui il giovane guardiano è stato iniziato, ossia quello per cui, un giorno, egli potrà eseguire al meglio il proprio compito all’interno della società”.

“Mi hai convinto, Socrate” mi disse Adimanto.

“Direi ora di parlare del canto e dell’armonia” continuai.

“Anche loro rappresentano una parte integrante dell’educazione di un guardiano dello Stato?” intervenne, questa volta, Glaucone.

“Certo!” gli risposi.

“E come lo sarebbero?”.

“Te lo spiego. Partiamo col dire che la melodia è composta di tre elementi fondamentali, ossia parole, armonia e ritmo. Le parole dovranno subire una censura simile a quella spiegata in precedenza, ovvero dovranno restituire ai fanciulli un’immagine consona degli Dei, dei guerrieri e degli uomini in generale. Naturalmente, si dovranno adeguare anche l’armonia e il ritmo a questo modello”.

“Non potrebbe essere altrimenti” mi disse.

“Ora, dovremo evitare le melodie lamentose e quelle molli e conviviali, prediligendo invece le armonie che imitano le gesta coraggiose dei guerrieri”.

“Assolutamente si”.

“Certo inseriremo anche quelle che imitano l’uomo dabbene, saggio e moderato, cioè colui che si attende un’azione spontanea e non violenta da parte dal suo interlocutore”.

“Dici bene, Socrate”.

“Lo chiedo a te, Glaucone, che sei un esperto: quali melodie mi suggeriresti?”.

“Dunque, Socrate… Tu vorresti delle melodie che ispirino coraggio e altre, invece, spontanee… Bene, ti consiglierei la dorica e la frigia”.

“Ottimo. Ora dimmi… Poiché non sarà necessario suonare ogni tipo di armonia, Glaucone, non credi che non sarà neanche vantaggioso disporre di strumenti a molte corde?”.

“Sono d’accordo. Quali strumenti impiegheresti?”

“Lira e cetra, utili in città e il cui prestigio lo si deve al dio Apollo. Non è proprio per questo motivo che sono considerate gli strumenti musicali dedicati alle rappresentazioni virtuose? Per i mandriani, invece, direi che una semplice siringa possa bastare”.

“E per quanto riguarda il ritmo?” mi chiese.

“Anch’esso dovrà essere appropriato a una vita ordinata e virile, regolare ed elegante come si confà a quella di un guerriero. Sai bene, Glaucone, che dalla regolarità e dall’irregolarità del ritmo derivano l’eleganza e l’ineleganza, o sbaglio?”.

“Certo Socrate” mi rispose.

“E saprai anche, Glaucone, che la regolarità del ritmo si collega alla bella dizione mentre l’irregolarità lo fa con il suo opposto. E allo stesso modo lo si può affermare dell’armonia e della disarmonia, proprio perché sia il ritmo, sia l’armonia, si adeguano entrambi alle parole e non viceversa”.

“È naturale che sia così, Socrate”.

“Ora, lo stile nella dizione e le parole non si adeguano al carattere dell’anima?”.

“Assolutamente sì” ammise.

“E tutto il resto non si adegua alla dizione?”.

“Certo…”.

“Se è così, allora finezza di parola, armoniosità, eleganza e regolarità ritmica conseguono a una semplicità di carattere”.

“In che senso parli di semplicità di carattere?” mi chiese.

“Non nel senso negativo del termine, non parlo di stupidità. Mi riferisco a quella capacità di ragionamento che è bella di per sé. Una semplicità che, in quanto parte più bella dell’anima, include anche la conoscenza nella sua forma più elevata”.

“Ora ho capito quello che intendevi dire. Un gran bel modo di concepire la questione, Socrate”.

“Sai cosa mi viene in mente, caro Glaucone?”.

“No, dimmi Socrate”.

“Pensavo che oltre ai poeti si dovrebbero controllare anche tutti gli altri membri della società, in modo che anch’essi possano dare l’esempio e farsi essi stessi educatori”.

“Sarebbe bellissimo”.

“Quindi, si dovranno favorire tutti coloro che per natura sono in grado di seguire le tracce della naturale bellezza ed eleganza e cacciare gli altri dallo Stato. Sai bene che l’ineleganza e l’irregolarità ritmica, così come la disarmonia, sono tutte sorelle del modo grossolano di esprimersi e del cattivo carattere, vero?”

“Certo”.

“E sai anche che le qualità a loro opposte sono sorelle del carattere opposto, ossia quello temperante e buono?”.

“Si, ne sono consapevole”.

“E dimmi, Glaucone, non saranno questo tipo di ritmo e di armonia le forme che, come abbiamo detto in precedenza, meglio di altre sono in grado di penetrare nell’anima, rendendola bella e armoniosa?”.

“Come potrebbe essere altrimenti?”.

“Io penso anche che un’anima del genere, se fosse accompagnata da un aspetto fisico altrettanto gradevole, sarebbe più facile da amare, non credi?” gli domandai.

“Socrate, in realtà io penso che sarebbe più giusto disdegnare coloro che hanno un difetto nell’anima piuttosto che nel corpo”.

“E io ti comprendo, so bene che hai avuto un amore di questo genere… Ti chiedo se secondo te esista un legame tra la temperanza e il piacere smoderato?”

“Direi di no”.

“E tra la superbia e questo tipo di piacere?”.

“Direi proprio di si”.

“E non credi che l’eros, se non è retto dalla temperanza e dalla musica, possa degenerare nella superbia e nella smodatezza?”

“Credo di si, Socrate”.

“Allora, i giovani guardiani non dovranno abbandonarsi ai piaceri dell’eros, inteso come amore fisico e sensuale. Invece, sarà loro concesso l’amore per tutto ciò che è bello e armonioso”.

“Parole sagge” mi disse.

Ripresi spiegandogli che, seppure fosse l’anima, attraverso la sua buona virtù, a migliorare il corpo e non il contrario, anche la ginnastica doveva far parte della buona educazione di un guerriero. Parlai di una ginnastica semplice e appropriata, attraverso cui i guardiani sarebbero diventati dei veri e propri atleti della guerra.

“Gli atleti normali” continuai “hanno una vita troppo morigerata. Fanno diete particolari con il fine di migliorare la prestazione sportiva. In tal modo diventano pigri e, appena fuoriescono dal regime che si impongono, allora contraggono gravi malattie. L’atleta della guerra, invece, segue ben altri allenamenti che non terminano con la fine della carriera sportiva. Certo anch’essi seguono regole ferree, relative all’alimentazione e agli esercizi, tuttavia la finalità è tutta indirizzata a migliorare l’attività propria del guerriero”.

“Sembra proprio un argomento convincente” mi disse.

“I giovani, quindi, dovranno mangiare cibi semplici, senza condimenti e prediligere la carne arrostita, non quella bollita”.

“Perché arrostita e non bollita, Socrate?”

“Perché in qualunque luogo è ben più agevole ricorrere direttamente al fuoco piuttosto che andare in giro con le pentole, non credi?”.

“Hai ragione” ammise.

“Vivere in tal maniera non può che recare giovamento al corpo, che meno necessiterà della medicina, se non per le malattie che periodicamente si devono sopportare e non per quelle che sono figlie della noncuranza e della tracotanza”.

“Mi pare un modo di vivere davvero salutare”.

“Nota la similarità col canto, caro Glaucone. Non sei d’accordo nel dire che se quest’ultimo è troppo vario produce intemperanza?”

“Direi di si…”.

“Mentre nella sua semplicità non può che discendere la temperanza?”

“Ovviamente! Lo abbiamo definito in modo simile anche in precedenza”.

“Bene, proprio nello stesso modo la semplicità della ginnastica produce sanità nei corpi. Se poi volgiamo lo sguardo allo Stato, Glaucone, nel momento in cui si moltiplicano malattia e intemperanza, non si ha come effetto l’apertura di molti tribunali e ambulatori?”

“Che vuoi dire, Socrate?”.

“Voglio dire che laddove non c’è stata una giusta educazione dei fanciulli, allora si ricorrerà sempre più spesso a una giustizia presa a prestito da altri, ossia dai giudici, piuttosto che da se stessi. Inoltre, il fatto che ci siano tanti malati, non può che derivare dalla noncuranza dei precetti dedicati al corpo che vi ho descritto. Dovete sapere, miei cari, che la medicina si rivela ben più utile all’uomo vigoroso piuttosto che all’individuo malaticcio”.

“Ma come è possibile, Socrate? Il primo non ha bisogno di assistenza mentre il secondo si”.

“In realtà, Glaucone, l’uomo vigoroso è facilmente guaribile e in tal modo sarà utile allo Stato. Il secondo, invece, non potrà che rivelarsi un peso per la società, a causa dei malanni che lo perseguitano. Infatti, poiché egli appare ineducato nella mente e nel corpo, si concentrerà molto meno sul proprio compito, rispetto a un uomo sano. Non abbiamo forse detto che ogni individuo deve rivestire un’unica funzione in seno allo Stato? E non dovrà farlo per sua predisposizione naturale, così come eseguirla al meglio delle sue possibilità?”

“Certamente Socrate, lo abbiamo detto” rispose Glaucone.

“Dunque, non è forse sbagliato che egli si occupi di altre faccende? E non dovrà tenersi in buona salute in modo che la malattia non lo distragga dal suo lavoro?”

“Assolutamente si” mi rispose.

“Penso che concorderete con me se vi dico che diversa è la questione se vista dal lato dei normali lavoratori, piuttosto che dalla prospettiva delle persone più facoltose. Queste ultime, infatti, potranno permettersi il lusso di stare male, così come quello di curarsi per tutta la loro vita. I lavoratori, invece, non potranno fermarsi e dovranno decidere di rinunciare alle cure, confidando in una guarigione spontanea. Non vi sembra, questa, una conseguenza più che logica? I lavoratori come potrebbero decidere di fermarsi non avendo alcun altro tipo di profitto se non quello proveniente dalla loro attività?

“Sono perfettamente d’accordo con te Socrate. Ancor più sul fatto che la buona educazione dell’anima non può che determinare una migliore condizione del corpo”.

“E tale educazione non ti sembra che debba divergere per il medico e il giurista?”

“In che modo?” mi chiese.

“Il buon medico non è colui che cura il corpo con l’anima? Non sarà allora necessario che sin da fanciullo abbia avuto esperienza della maggior parte delle malattie, anche sperimentandole in prima persona?”.

“Direi di si”.

“Il buon giudice, invece, ossia colui che governa l’anima con l’anima, a differenza del medico, non avrà avuto bisogno di protezione per non avere a che fare con tutte le brutture del mondo?”.

“Perché mai Socrate? Io credo che, esattamente come il medico ha giustamente sperimentato tutte le malattie, così anche il giudice deve aver conosciuto ogni specie di natura umana”.

“Riflettici bene, Glaucone. Se così fosse, come potrebbe un buon giudice rimanere immune dai cattivi costumi? Una persona buona, con l’animo del giusto, deve trovare riparo per tempo dagli esempi malvagi, in tal modo non li concepirà se non come se fossero una cosa d’altri e non propria. Per questo motivo” continuai “il buon giudice deve essere anziano, perché deve aver appreso tardi cosa sia l’ingiustizia”.

Spiegai loro che il buon medico avrebbe dovuto curare chi naturalmente fosse stato in buona salute, lasciando invece morire gli altri. Il buon giudice, da parte sua, doveva condannare tutte le anime naturalmente cattive e dunque non guaribili.

E proseguii in questo modo: “La condizione migliore, miei cari, consiste nell’armonizzare la propria natura con l’educazione. Chi è naturalmente animoso” dissi loro “dovrà essere educato rettamente, per trasformare la scontrosità del suo animo in coraggio. All’opposto, per chi è naturalmente filosofo, si dovrà compensare la sua natura affinché non cada nella troppa mollezza. Il buon guerriero dovrà possedere con equilibrio entrambe queste virtù, dovrà cioè essere animoso e filosofo”.

Descrissi in questo modo, per grandi linee, l’educazione morale e fisica destinata ai guardiani, definendo anche chi tra di essi avrebbe governato e chi comandato.

“Chi tra di loro?” mi chiese Glaucone

“I migliori tra i guardiani comanderanno” gli risposi “E saranno i migliori nel fare ciò che amano fare, cioè ritenere utile per se stessi quello che è utile per lo Stato. Ecco perché i fanciulli devono essere sorvegliati in ogni momento della loro educazione, in modo che non perdano per strada questa loro indole, né in modo volontario, né involontariamente”.

“Cosa intendi dire?” mi chiese.

“Non pensi, Glaucone, che di fronte a una propria opinione, quando si è compreso essere falsa, il primo istinto sia quello di rinunciarvi volontariamente?”.

“Direi di si”.

“Bene. Se invece si è in possesso di una vera opinione, allora non sarebbe un controsenso sbarazzarsene con volontarietà?”.

“Certamente”.

“In quest’ultimo caso, quindi, sarà possibile cambiare idea solo in modo involontario; ad esempio nel caso in cui qualcuno abbia la capacità di convincerci del contrario, oppure nell’estrema condizione per cui ci abbia dato di volta il cervello”.

“Ora mi è chiaro”.

“Si dovrà, altresì, sottoporre i giovani guardiani a numerosi inganni, verranno imposte loro fatiche, dolori fisici e mentali e gare massacranti, il tutto con l’intento di mettere continuamente alla prova la loro tempra e la loro tenacia. Se supereranno tutte le prove, allora, alcuni di loro diverranno ausiliari e posti a difesa dello Stato, altri, invece, i migliori, saranno fatti governatori dello Stato medesimo. I restanti verranno scartati”.

“E come si legittimerà questa gerarchizzazione senza che nasca invidia, antagonismo e inimicizia tra di loro?” mi chiese Glaucone.

“Si userà una nobile menzogna che richiederà una grande capacità di persuasione”.

“Di cosa parli Socrate?”.

“Mi riferisco a un certo mito fenicio. Si dovranno persuadere i governanti, i guardiani e gli stessi cittadini che tutta l’educazione fisica e spirituale, che essi credevano fosse reale, in realtà non era altro che un sogno. Gli si farà credere che tutti loro si trovavano già belli pronti, armati ed equipaggiati, nelle viscere della terra; e che a un certo momento, la madre terra li aveva messi alla luce tutti insieme, come fratelli, ognuno segnato dal proprio compito. Ossia, alcuni sarebbero stati predisposti al governo, altri alla battaglia, altri ancora ad essere sudditi. Per procedere con questa distinzione, la divinità avrebbe mescolato nella generazione dei governanti dell’oro, in quella dei guerrieri dell’argento, del ferro e del bronzo nei sudditi. Tuttavia, il destino non sarebbe stato segnato anche per la generazione successiva. Se un governante, infatti, avesse scoperto nei figli un talento differente rispetto a quello del governare, allora sarebbe stato suo dovere respingerli tra gli artigiani o tra gli agricoltori, oppure tra i guerrieri”.

“Un modo stupefacente di procedere, Socrate”.

“Ti indico, inoltre, un’ulteriore regola: ossia che nessuno tra i guardiani e tra gli ausiliari abbia il permesso di possedere alcunché di proprio. Avranno tutti l’obbligo di vivere in comunità, mettendo in comune ogni cosa, tutto ciò con il fine di rinsaldare in loro il concetto di alleanza e perché nessuno incorra nel rischio di trasformare se stesso in un padrone odioso”.

Continua…

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