“Siamo una Repubblica” 2 Giugno 1946

Repubblica italiana

Conosco persone, alcune a me molto care, che manifestano preoccupazione per quella che definiscono: una svolta fascista del nostro Paese.

Prima di proseguire con il mio ragionamento credo sia corretto presentarmi come elettore, almeno a grandi linee, il che ha un po’ del: “inizio un discorso sugli immigrati premettendo il fatto di non essere razzista”.
Nonostante ciò voglio correre il rischio di apparire contraddittorio e continuerò seguendo la linea narrativa che mi sono imposto.

Sin dalla mia prima volta alle urne ho votato a sinistra, seppur sia spontaneo per me collocarmi tra i moderati, forse perché il descrivermi come un “elettore trasversale” mi pare non immediato al fine di chiarire la mia reale collocazione politica, che meriterebbe una spiegazione ben più approfondita (cosa che non intendo fare ora e in questa sede, anche solo per non tediare troppo il lettore).
Il fatto che io sia circondato da un alone di turbamento e di preoccupazione, ma soprattutto che i miei sentimenti si dimostrino immuni al contagio, mi induce a soffermarmi e a riflettere.

Innanzitutto mi chiedo:
– È un abbaglio il mio non vedere la “svolta fascista” del nostro Paese?
– Sono in errore a credere che il Governo appena formato rappresenti, in realtà, un elemento di positività per tutti, sia per i vincitori che per i vinti?
– Sbaglio a pensare e ad affermare che sia stato il PD ad aver scelto una linea intransigente in questi anni, percorso che inevitabilmente lo ha portato al suo declino?

Partiamo dal primo punto.
Non credo che sia corretto parlare di svolta fascista o sia giusto definire il Governo entrante “un Governo di stampo neo-fascista”. Possiamo però affermare, senza timore di smentita, che La Lega di Salvini ben si collochi, prendendo come riferimento l’asse politico Gal-Tan (Green-Alternative-Libertarian / Traditional-Authoritarian-Nationalism), in una posizione che ricalca fedelmente la nuova immagine della destra occidentale (parte Tan), con tratti di carattere populista, anti-sistema ed elementi comuni anche alla destra tradizionale conservatrice.
Il M5s non ha una posizione definita, questo deriva dalla sua struttura eterogenea, in quanto raccoglie militanti di estrazione/tradizione politica differente.
Se Salvini intercetta elettori della destra (anche estrema) e cittadini scontenti del sistema, i “grillini” annoverano un bacino elettorale ben più diversificato.
Le due formazioni al Governo non si sovrappongono totalmente, tuttavia si sostengono cercando una convergenza sui temi attraverso una contrattazione, per farlo infatti hanno formalmente stipulato un contratto di governo.
Può una maggioranza creata attraverso un contratto e non mediante un’alleanza figlia di una genetica comune, portare il Paese ad una svolta fascista? Come anticipato inizialmente la mia risposta è no.
Se la coesione nasce da un “contratto sul fare” e non da un fondamento comune (proprio perché così differenti geneticamente), i due movimenti devono dimostrarsi responsabili di un controllo formale dell’uno nei confronti dell’altro.
Penso che sia sufficiente questo a motivare, i più pessimisti, al non rievocare i demoni di un tragico passato.

Sulla seconda questione mi viene da dire, forse banalmente, che una legislatura all’opposizione non può che far bene a una ormai ex maggioranza, divisa al suo interno e invisa al “pubblico”.
Il processo di accountability si è qui manifestato nella sua cruda e brutale interezza. Solitamente, la bocciatura degli elettori alla propria compagine, avviene in elezioni meno importanti, prendendo la forma di un ammonimento, le sembianze di un avvertimento. In questo caso non è più l’espressione di una banale ammenda, bensì è una bocciatura in piena regola. Non è una minaccia, ma il capitolo conclusivo di un sodalizio fallito tra una buona parte degli elettori e il proprio partito.
Per i vincitori il discorso è differente: possono finalmente dimostrare di saper governare, di essere in grado di risolvere i problemi della Nazione.
Siamo tutti in attesa dei primi risultati per poterli giudicare, nel bene e nel male.
Non mi sembra che ci sia altro da dire per rispondere al quesito, se non concludere augurando al Partito Democratico di ritrovare la giusta strada, quella che possa ricondurlo al “cospetto del cittadino”.

Da questo ragionamento il passo che porta al rispondere all’ultima questione è breve.
Gli slogan anti Europa, o quelli anti élite, nascono dalla sensazione, comune a molti (il voto ha parlato, anzi urlato), per cui il sistema politico, la sinistra in testa, abbia smarrito il concetto di sovranità nazionale, che abbia perso di vista il suo tradizionale bacino di elettori e che sia convinto di non dover rendere conto delle proprie decisioni, come se fosse protetto da un salvacondotto di natura patriarcale, parente stretto del motto: “quello che stiamo facendo è per il vostro bene”.

La politica, almeno io mi sono fatto quest’idea, deve manifestarsi come l’attività del-fare-per-la-comunità. Naturalmente questa attività non può che produrre effetti su tutti i membri della società, dunque su gli stessi politici che se ne fanno carico.
Questo fare-per-gli-altri, e dunque per sè, quando ben visibile e ben riconoscibile, ha altresì il dono di avvicinare la società civile alla politica, di rinforzate i legami tra di essi, di creare capitale sociale e fiducia.
Riprendendo il filosofo Paul Ricoeur, mi viene da dire che il politico deve saper mescolare al meglio la dimensione morale/kantiana relativa al dovere, con quella etica/aristotelica relativa al fine, un fine che altro non è che il bene comune.
Mi è capitato di sentire, parole proferite dalla bocca di un rappresentante politico (che conosco personalmente), che le decisioni politiche devono essere spiegate, ma nel momento in cui il cittadino non ne capisce il significato (o la strategia di fondo) allora il problema non è più del politico.
Io gli rispondo qui, ora, che i cittadini non devono capire per forza, le persone non hanno il dovere di capire le regole del gioco; desipere est iuris gentium, diceva Schopenhauer (essere irragionevoli è un diritto naturale); tuttavia la politica, quella democratica, oltre ad aver l’obbligo di fare gli interessi di tutti (il che non vuol dire accontentare tutti indiscriminatamente), dovrebbe lavorare per mantenere sempre viva la propria credibilità agli occhi dei cittadini, di tutti i cittadini, se non altro per una questione di sopravvivenza politica.
Nel momento in cui chi ha governato non è stato capace di trovare un giusto equilibrio in tal senso, non pare ragionevole imputare la responsabilità del fallimento elettorale alla coscienza frivola del cittadino/elettore o al suo essere sprovveduto o irragionevole. Credo proprio che sia palese quanto il problema sia solo del politico e non del cittadino.

Platone parlava del potere come di una forza che logora l’uomo.
Andreotti ci ha lasciato il detto per cui il potere logora, ma chi non ce l’ha.

Il fare-per in opposizione al fare-contro.

Io credo che solo nel momento in cui il fare-per sarà comune al Governo e all’opposizione, potremo davvero parlare di terza Repubblica.

 

L’Elogio di Erasmo – seconda parte

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«Allora Marta… Ti stuzzica la filosofia di Erasmo? Ti piace l’immagine per cui l’umanità sia strettamente legata alla follia?»

«Perché no! Anche se finora credevo che a distinguerci come specie fosse la ragione» mi rispose con un pizzico di sarcasmo.

«Non riesco a darti torto» le dissi «però la versione di Erasmo è molto convincente! Basta cambiare prospettiva, non trovi? I filosofi, quelli descritti nel testo, vedono l’infelicità nella follia, cioè in quell’ignoranza che contraddice la consapevolezza. Erasmo vuole ribaltare la loro visione: nessuno è infelice quando è in armonia con la propria natura, ci dice; una natura umana che vuole tanto la follia quanto la ragione… anzi, è la follia la vera medicina per l’anima, la giusta strada da seguire per raggiungere la felicità. Non è la scienza la via da percorrere, come sostengono invece quegli “esperti del ragionamento tortuoso”, cioè i filosofi. Essa, al contrario, rappresenta una vera tortura per la mente umana. Le uniche discipline scientifiche che l’uomo deve prediligere, dato che ormai ci sono perché donate all’umanità da dei demoni impiccioni, sono quelle più vicine alla follia. Non la teologia… E nemmeno la fisica o l’astrologia e neppure la dialettica! Ma la medicina e la giurisprudenza!»

«E perché i medici e gli avvocati sarebbero folli?» mi chiese Marta stupita.

«Perché la medicina, per Erasmo, almeno per come veniva esercitata dai più, rappresenta solo una forma di adulazione: è l’arte della retorica. I medici convincono il loro paziente ma non lo curano sul serio. Gli avvocati vengono descritti come asini che riescono negli affari e che dibattono senza sosta, allontanandosi sempre di più dalla verità; a dispetto dei poveri teologi e dei filosofi, i quali ragionano sui misteri dell’universo, trascorrendo però la loro intera esistenza nell’indigenza. La soluzione migliore comunque, questo vuole essere il messaggio della Follia, è quella di non farsi ammaliare da nessuna delle arti razionali.»

«Quindi la felicità è degli stupidi e degli ignoranti?»

«Beh, nel testo la Follia si domanda: non sono forse gli scimuniti e gli sciocchi a non avere paura della morte? A non essere tormentati da rimorsi di coscienza, a non avere timore degli spiriti o dei mali incombenti o della precarietà per il futuro che non si conosce? Sono allegri e portano la loro spensieratezza in giro per il mondo, come se fossero dei predestinati. Anche i sovrani non possono fare a meno dei folli, perché gli donano buonumore; infatti, a differenza dei filosofi, agli sciocchi è permesso anche il prendersi gioco del proprio Signore.»

«Effettivamente, nelle corti medioevali, ai buffoni era quasi tutto permesso.»

«Bravissima Marta!»

«Reminiscenze di vecchie letture. E internet me lo sta confermando» mi disse mostrandomi lo schermo del suo smartphone e facendomi l’occhiolino.

Scoppiai in una risata «Lo sai che per spiegare e motivare quello che scrive, Erasmo fa uso di molte allegorie e dei miti dell’antica Grecia? Ti ho citato prima il suicidio delle vergini di Mileto; Erasmo ci parla anche del demone Theuth e dell’invenzione dell’alfabeto, prendendo spunto dal Cratilo e dal Fedro di Platone. Fa riferimento ad Omero, alle commedie di Aristofane. Si rifà agli scritti di Policrate, alla Repubblica di Platone, a Seneca, a Plutarco… Una vera e propria conoscenza enciclopedica quella di Erasmo. Altro che Google!»

«Sarebbe stato un ottimo compagno di studi» mi rispose Marta «Insomma, i folli stanno meglio dei sapienti perché conoscere significa avere maggiore coscienza delle brutture del mondo; brutture talmente brutte da condurre molti di loro al suicidio…»

«Esatto Marta. Inoltre le brutture del mondo, come le hai chiamate tu, si riflettono anche sull’aspetto fisico dei filosofi. La Follia ce ne fa un vero e proprio ritratto negativo: li descrive come dei vecchi canuti, istruiti e colti ma tristi, austeri, inflessibili con se stessi, fastidiosi ed evitati dagli altri uomini; sono magri, pallidi e deboli, in fuga dalla vita prima del tempo, una vita che in realtà non hanno mai veramente vissuto…»

«Che brutta immagine! Qui Erasmo esagera un pochino, non credi?»

«Certo, sono d’accordo. Devi capire, però, che Erasmo vuole mostrarci due prospettive tra loro estremamente contrapposte. La sua è un’allegoria, un’esagerazione, una vera e propria provocazione che ha un fine ben preciso, cioè quello di condannare certi costumi e certi atteggiamenti in voga nella società e nella Chiesa del suo tempo. E di esempi specifici di condanna ne farà molti e molto chiaramente, più avanti nel testo. Erasmo muove un’ulteriore obiezione alla presunta superiorità della Follia; e lo fa con il “gracidare delle rane del Portico”.»

«Cioè?»

«Qui Erasmo allude agli Stoici, ma mica lo spiega nel testo, così come tante altre metafore che usa. Non sai quante volte ho dovuto usare i motori di ricerca!» e continuai «Le rane gracidanti sostengono che non esiste nulla di più miserevole della demenza e che l’andare fuori di senno, l’essere folle, altro non è che la manifestazione della demenza stessa.»

«E come dargli torto?» mi chiese Marta con un sorriso.

«Aspetta! Magari cambierai idea anche ora. Erasmo usa Platone per confutare gli Stoici; e lo fa attraverso le parole di Socrate che, nel Simposio, distingue tra la Venere celeste e la Venere terrestre e tra il Cupido celeste e il Cupido terrestre. Intende cioè spiegare l’esistenza di due tipi di follia: una è irragionevole e violenta, mentre l’altra conduce alla felicità. Quest’ultima ha la forza di liberare l’animo umano dalle angosce ed è in grado di infondere un piacere infinito agli uomini.»

«E naturalmente la demenza positiva è quella che ci ha donato la Follia, giusto Mirko?»

«Esatto Marta, vedo che hai capito bene. La follia negativa, che scaturisce dagli inferi per mano delle dee della vendetta, genera la passione per la guerra negli uomini, la sete di denaro, l’omicidio e ogni genere di peccato. Quella positiva, che è emanazione della protagonista dell’Elogio, è invece una demenza di tutt’altra specie.»

«Erasmo ci fa qualche esempio di follia positiva?»

«Certo!» sorrisi «Ci parla prima di Cicerone e poi del cittadino di Argo; è particolarmente simpatico questo secondo racconto. Il protagonista è seduto da solo a teatro, in un teatro deserto. Tutto ad un tratto inizia a ridere e lo fa perché pensa di assistere realmente a uno spettacolo, di vedere davvero gli attori e le attrici recitare sul palcoscenico. La situazione ancor più comica nasce con i suoi familiari che, preoccupati, si attivano per cercare una cura alle sue visioni, trovandola! Rinsavito, egli inizia a inveire contro i parenti e a lamentarsi con gli amici perché, a causa loro, erano sparite tutte quelle belle illusioni che tanto lo divertivano e che lo facevano stare bene.»

«Divertente!»

«Molto. Erasmo spiega che non è follia quella che non ti permette di cogliere la differenza tra una bella poesia o una poesia di poco valore; o il confondere un asino da un mulo a causa di problemi di vista. La follia positiva ha bisogno dell’errore generato dall’uso contemporaneo dei sensi e della mente e deve, inoltre, perdurare nel tempo.»

Marta mi guardò confusa «Ok… aspetta! Questa me la devi spiegare meglio!»

«Ad esempio, se sentendo il raglio di un asino un uomo crede di ascoltare una sinfonia soave o, nonostante le sue umili origini, egli pensa di essere un nobile, è sicuro che al poveruomo ha dato di volta il cervello. E il benessere che infonde questo tipo di pazzia vale sia per chi ne è in possesso, sia per chi ne è spettatore.

Sono folli anche tutti quelli che disprezzano ogni cosa al di fuori delle battute di caccia, che amano il suono cupo del corno e l’abbaiare dei cani, e il rituale dello squarciare la selvaggina.

Sono folli quei giocatori che trascorrono la loro vita a gettare i dadi, perdendo ogni loro avere e frodando gli altri, con lo scopo di riottenere i mezzi per ritornare a giocare.

Sono folli anche tutti coloro che ascoltano storie incredibili, fatte di fantasmi e spettri. Questi racconti, ci dice Erasmo, non sono solo un passatempo contro la noia, ma anche un guadagno per i sacerdoti e i predicatori.»

«Eccoci arrivati al tasto dolente! Sbaglio?»

«Non sbagli Marta! Erasmo vive in un periodo storico in cui si fa strada l’idea di una riforma. È il periodo di Lutero, della denuncia della vendita delle indulgenze. Erasmo non è filo-luterano, tuttavia è ben cosciente del degrado della società in cui vive ed esprime ironicamente tutto il suo disappunto nelle pagine dell’Elogio.

Infatti descrive come folli tutti coloro che pensano di salvarsi dalla morte pregando San Cristoforo o Santa Barbara; o coloro che pretendono di diventare ricchi grazie a Sant’Erasmo. O, ancora, chi giura devozione a San Giorgio, o alla Vergine Maria, solo per proprio beneficio materiale. Madonna alla quale, ci dice Erasmo, la gente attribuisce quasi più autorità che a Cristo. Come se ciò che non fosse possibile ottenere dal Figlio, potesse, invece, avere felice riscontro attraverso l’intercessione della Madre.

Descrive come folle chi vive nella convinzione di poter lavare il fango di un’intera vita fatta di spergiuri, tradimenti, perfidie, attraverso il pagamento di un obolo, mediante un patto insomma, ricominciando così da zero. Solo gli odiosi saggi sono consapevoli che “morire bene” significa aver “vissuto bene” e che senza un vero pentimento non può esistere alcuna salvezza. Se gli uomini folli lo capissero, allora verrebbero travolti dall’angoscia.»

«Odiosi saggi? Odiosi perché conoscono la verità?»

«Direi di si.»

«E quindi solo il saggio è in grado di affermarla, dico bene?»
«Si, lo penso anch’io. Purtroppo, come ci dice Erasmo, se la verità trapelasse, la sicurezza di tutti quei folli verrebbe tragicamente meno.»

Fine seconda parte…

25 Aprile. Libertà e liberazione

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La libertà non esiste nel mondo delle cose, è un concetto senza forma, è un’idea, un faro a cui puntare, verso cui dirigersi. È una guida impalpabile, eterea, non dimostrabile.

Ce lo ha detto Kant, lo ha ribadito Hannah Arendt: la libertà non può far parte del mondo naturale, non esiste nell’universo dei bisogni, anzi è totalmente estranea ad esso. Cosa sono i bisogni se non il mangiare, il dormire, il volersi riprodurre… Se ho fame devo mangiare, se non mangio mi indebolisco, mi ammalo, muoio. Il mondo naturale non prevede la libertà, tuttavia non la preclude totalmente poiché essa è sensazione umana, propria dell’individuo.

La libertà non è dimostrabile perché è un pensiero; non ha estensione la libertà, non la si può catturare, eppure è fondamentale per l’uomo che agisce, essenziale per tutti gli individui che vivono nella società, che si attivano in essa e si relazionano con altri individui. Dunque la libertà è dell’uomo ma «solo nel rapporto con gli altri egli può vivere l’esperienza della libertà». (Arendt H., Verità e politica)

Quando penso alle relazioni mi viene sempre in mente Hobbes e il “suo” Stato di natura; cioè una condizione umana archetipica, costituita da leggi preesistenti l’ordinamento civile. Nello stato di natura hobbesiano vige la legge della guerra, del bellum omnium contra omnes, del tutti contro tutti. Per Hobbes l’unica strada percorribile da parte dell’uomo moderno, per non soccombere e abbandonarsi ad una perpetua lotta per la supremazia sull’altro, è quella di istituire un patto sociale tra gli stessi membri della comunità, un vero e proprio contratto attraverso cui tutti debbono associarsi e subordinarsi ad un sovrano al quale vengono trasferiti i diritti naturali di tutti i membri del gruppo sociale.

Questo è un esempio di alienazione. Feuerbach ci parla di alienazione in ambito teologico (teologia come antropologia), Marx la traduce all’interno della dimensione economica, parlandoci del capitale, della figura dell’operaio e della sua disumanizzazione come conseguenza del perverso meccanismo della produzione di ricchezza.

Sono forse, questi, esempi nei quali la libertà viene meno? Soccombere alla tirannia di un gruppo, o di un singolo, o di una condizione socio-economica ostile e alienante, vuol significare abbandonare la libertà?

La risposta non può che essere negativa; la libertà ci appartiene e ci apparterrà sino a che saremo in grado di pensare, perché non esiste se non dentro di noi ed è l’Idea che rappresenta il naturale nutrimento del nostro agire nel mondo.

Il 25 Aprile del 1945 c’era il sole a Milano. Già dal giorno precedente erano nate spontaneamente alcune insurrezioni popolari contro i nazifascisti. La prima vittima fu una donna, Gina Galeotti Bianchi, detta Lia, incinta di 8 mesi, che cadde sotto il fuoco di alcuni soldati tedeschi in fuga da un posto di blocco partigiano. Per tutto il giorno i partigiani, comandati da Sandro Pertini, Luigi Longo, Leo Valiani ed Emilio Sereni, combatterono, strenuamente; alle 9:00 del giorno successivo Corrado Bonfantini, il comandante delle brigate Matteotti, annunciò la liberazione di Milano.

Cos’è la liberazione se non la traduzione attiva della libertà in quanto idea; lo sforzo mondano per dare forma ad un pensiero?

La liberazione raffigura una delle tante possibili rappresentazioni reali del concetto di libertà; e devo ammettere che è quella che prediligo!