La Repubblica – Libro decimo

platone

Leggere “La Repubblica” non è un esercizio facile, almeno per chi non possiede gli strumenti adatti per farlo. Di seguito, propongo una rivisitazione del testo di Platone, con il fine di renderlo più semplice e con l’auspicio che la lettura possa rappresentare un primo passo per avvicinarsi all’originale.

Libro decimo

Libro decimo

“Direi, ragazzo mio, che abbiamo costituito uno Stato al meglio che potevamo, soprattutto alla luce del discorso che abbiamo fatto sulla poesia”.

“Cosa intendi?” mi chiese.

“Parlo della caratteristica imitativa. Non pensi che ciò che abbiamo detto in precedenza pare acquistare ancora più valore ora che abbiamo definito al meglio la tripartizione dell’anima?”.

“Continuo a non seguirti, caro Socrate”.

“Vedi Glaucone, nonostante io provi un grande rispetto per Omero, e questo sin da quando ero giovane, sono costretto a dire, per amore della verità, che proprio lui rappresenta il caposcuola di tutti gli imitatori, ovvero di tutti i poeti tragici che conosciamo. Ora, iniziamo il nostro discorso ritornando al tema delle Idee, ossia a quegli enti singoli, immutabili, dei quali partecipano tutte le cose sensibili”.

“Facciamolo, Socrate”.

“Prendiamo, ad esempio, i letti e i tavoli: sono tanti e di molti tipi, non è forse vero quello che ti dico?”
“Certamente” mi rispose.

“Eppure, solo una è l’Idea del tavolo come solo una è quella del letto. Per costruirli, l’artefice si rifà all’Idea del tavolo, o a quella del letto, o partecipa di qualunque altra Idea presa a modello per il proprio lavoro. Nessun artigiano sarebbe in grado di fabbricare l’Idea stessa; o forse sbaglio?”.

“No Socrate, hai ragione. In effetti nessuno potrebbe costruire l’Idea di qualcosa”.

“Eppure, esiste un artefice in grado di riprodurre tutte le cose che fanno gli artigiani e di costruire ogni cosa del mondo sensibile e sovrasensibile, persino gli dèi”.

“Mi parli di un artigiano davvero mirabile!” mi disse.

“Esiste, ti dico; non ti accorgi che tu stesso potresti fare le cose che ti ho descritto?”

“E in che modo, Socrate?”

“In molti modi, il più veloce è quello di prendere uno specchio e di volgerlo un po’ ovunque. In questa maniera non creeresti, in un batter d’occhio, il sole e tutto ciò che c’è nel cielo? Faresti in un baleno le piante e gli animali e tutte le cose che puoi immaginare di vedere”.

“Certo, ma sarebbero tutte immagini e non certo cose reali”.

“Hai perfettamente ragione, un po’ come fa il pittore, non credi?”

“Certamente” mi rispose.

“Il pittore, amico mio, forse non fa anche lui un letto?”

“Lo fa”.

“E il costruttore di letti, mio caro; non produce qualcosa che è lontano dall’essere, ovvero un letto in quanto tale, dunque solo una copia del letto? Non produce anch’egli un letto come tanti e non l’Idea del letto?”

“Sarebbe stupido contraddirti, Socrate”.

“Bene, allora ricapitoliamo. Ci risultano tre tipi di letto. Uno lo produce un dio, almeno potremmo dire così, ed è quel letto immutabile da cui prendere spunto per costruirne qualsiasi altro. Il secondo è il prodotto dell’artigiano, del falegname. Il terzo è l’immagine riprodotta su tela dal pittore”.

“Esatto, sono questi i tre produttori possibili”.

“Bene. Non credi che il dio non avrebbe potuto che produrne uno di letto, perché se mai ne avesse fatto anche solo uno in più, allora quei due avrebbero teso ad un terzo letto, ovvero all’Idea attraverso cui partecipare dell’essere”.

“Mi sembra ovvio!” mi disse.

“Il falegname è l’artefice di un letto che partecipa dell’unico e immutabile; mentre il pittore non è artefice, quanto imitatore del letto del quale altri sono gli artefici”.

“Esattamente, Socrate”.

“Quest’imitatore, quindi, è distante tre volte rispetto alla verità e allo stesso modo si collocano tutti gli altri imitatori”.

“Non potrebbe essere altrimenti” mi disse.

“Rispondimi, Glaucone: ti sembra che il pittore imiti il singolo oggetto in sé, oppure prenda spunto dalle opere degli artigiani?”.

“Dalle opere degli artigiani, Socrate. Lo abbiamo detto” mi rispose.

“Ottimo, Glaucone. Ribadiamo, allora, che l’arte pittorica rappresenta l’imitazione di ciò che appare e non di ciò che è. Ritrarre un letto mostra una sua prospettiva ma è ben lungi dal farci vedere il letto in tutta la sua forma e la sua composizione. Tuttavia, bisogna pur ammettere, mio caro, che un simile dipinto, se guardato a una certa distanza, è in grado di far apparire reale ciò che rappresenta, o non lo credi?”.

“Potrebbe certo, ma sarebbe una falsità prodotta dall’ignoranza dell’osservatore”.
“Esattamente, mio buon amico. Dunque, l’arte imitativa coglie una parte della realtà, anche se è in grado di far credere di coglierla tutta. Un po’ come uno specialista di una qualsiasi scienza che raggira lo stolto facendogli credere di essere esperto in ogni cosa”.

“Lo abbiamo detto e ti credo” mi disse.

“Ora, Glaucone, dobbiamo impegnarci ad esaminare la tragedia e il suo caposcuola, ovvero Omero, proprio perché si dice che i poeti tragici siano esperti di tutte le arti”.

“Facciamolo”.

“I casi sono due: o ci sbagliamo nel credere che l’arte imitativa dista tre lunghezze dal vero; oppure ha ragione chi afferma che l’imitazione, in questo caso la poesia, è l’arte di chi è esperto di tutte le arti nel loro insieme. Diciamo, prima di tutto, che se l’imitatore fosse realmente artefice del vero, non si butterebbe anima e corpo nell’imitazione ma nella produzione di ciò che è reale; non credi?”

“Lo credo bene!” mi rispose.

“Ora, non chiederemo ad Omero di darci prova di essere esperto conoscitore dell’arte medica. Gli chiederemo di dare conto di ciò che ha scritto sui temi della guerra, della strategia, della politica, dell’educazione umana”.

“E come lo faremo?” mi chiese.

“In questo modo, Glaucone: «Caro Omero, poiché in quanto a virtù non sei lontano tre lunghezze dalla verità ma solo due, allora dicci quale Città è stata fondata e meglio organizzata grazie alle tue parole. Oppure, parlaci delle guerre organizzate attraverso i tuoi consigli; o, ancora, descrivici le scoperte tecniche che hai ispirato con i tuoi scritti»”.

“Credo che Omero non saprebbe come risponderti”.

“Non voglio togliergli alcun merito, ma non abbiamo alcuna testimonianza a suo favore in tal senso”.

“Dici il vero, Socrate”.

“Dunque, dal mio punto di vista possiamo parlare di Omero come di un imitatore, esattamente come lo è il pittore, il quale raffigura perfettamente e con realismo il calzolaio intento nel suo lavoro, pur non conoscendo la sua propria arte”.

“Senza dubbio” mi disse.

“L’imitatore, mio caro Glaucone, non si intende di ciò che è ma di ciò che appare”.

“Mi sembra che tu abbia ragione, Socrate”.

“Chiariamo meglio la questione. Diciamo che il pittore dipinge delle briglie ed un morso, ossia oggetti che nella realtà sono costruiti dal pellaio e dal fabbro”.

“Mettiamolo”.

“Io ti direi che sia il pellaio, sia il fabbro, non sono padroni dei requisiti essenziali che debbano avere le briglie e il morso.”

“Cosa vuoi dire?”.

“Intendo dire che costoro sono in grado di avere una retta opinione riguardo ai pregi e ai difetti di quegli oggetti grazie ai consigli e alla competenza di chi davvero li utilizza, ovvero il cavaliere. Quest’ultimo non avrà retta opinione sull’oggetto, ne avrà scienza.”

“Capisco, Socrate.”

“Alla luce di quello che abbiamo detto, Glaucone, non pensi che per ogni oggetto ci siano tre arti: quella di chi lo usa, quella di chi lo produce e quella di chi lo imita?”.

“Certamente, Socrate. Hai detto benissimo!”.

“Ritengo che l’imitatore non abbia né retta opinione, né scienza degli oggetti che raffigura, perché egli imita senza chiedere consiglio a chi ha scienza, fidandosi solo del sentito dire”.

“Certamente”.

“Dunque, mio buon amico, non ritieni anche tu che l’imitazione non sia una cosa seria?”.

“Così pare, Socrate”.

“Rispondimi ora a questo: una stessa linea, vista a distanze differenti, non appare di lunghezza differente?”

“Ovvio!”.

“E ciò accade anche ad un stesso oggetto che vediamo prima nell’acqua e poi all’asciutto”.

“Direi di si, Socrate”.

“Bene, Glaucone, è proprio su questo meccanismo che fanno leva gli imitatori, ovvero su questo originario difetto della nostra natura che non è in grado di dare senso univoco alle cose in condizioni simili a quelle che ti ho appena descritto”.

“lo capisco, Socrate”.

“Naturalmente, è possibile ovviare a queste distorsioni della realtà attraverso la misurazione, la numerazione o pesando gli oggetti; ovvero usando dei dati incontrovertibili che hanno il merito di sollecitare la parte razionale dell’anima”.

“Certamente”.

“Eppure, abbiamo detto che può capitare di avere sensazioni tra loro contrastanti”.

“È vero, lo abbiamo detto”.

“Quindi, deve esistere una parte dell’anima che appare come opposta a quella razionale e che si allea all’arte imitativa. Credi che questo discorso valga sia per la pittura che per la poesia?”

“Direi che vale per entrambe, Socrate”.

“Proviamolo, Glaucone! Pensiamo a chi ha subito un lutto, ad esempio la morte di un figlio. Costui non è forse in grado di sopportare meglio altre sventure rispetto a chi non ha subito la sua stessa sventura?”

“Direi di si” mi rispose.

“Dimmi ancora: credi che il primo controllerà le proprie emozioni in pubblico e si lascerà andare in privato?”

“Certamente, Socrate. Avviene sempre in questo modo”.

“Non pensi che sia la parte razionale a controllarlo in pubblico, mentre egli cederà al dolore solo quando sarà sicuro d’essere solo?”.

“È così, proprio come l’hai descritto.”

“Se è così come abbiamo detto, Glaucone, allora devono esistere due spinte contrarie che agiscono sull’uomo in una stessa situazione.”

“Penso di sì”.

“Quindi, devono esistere anche due facoltà tra loro opposte, delle quali l’una segue la legge e spinge a contrastare la sofferenza. L’altra, al contrario, conduce al lamentarsi, al cedere al dolore: quest’ultima è la nostra parte irrazionale”.

“Non posso che darti ragione, Socrate” mi disse.

“Glaucone, devi sapere che è proprio questa parte irrazionale dell’anima, molteplice e mai uguale a se stessa, che si offre all’imitazione. Il poeta e il pittore inculcano immagini false e provocano una cattiva gestione dell’anima”.

“È terribile, Socrate”.

“Purtroppo è ciò che accade, Glaucone; e ancora non abbiamo mosso l’accusa più grave”.

“Di che parli?” mi chiese.

“Del fatto che la poesia riesce a corrompere anche le persone per bene, ahimè. Hai presente i versi di Omero, quando egli canta degli eroi che piangono e si disperano per un lutto?”.

“Li conosco bene!”

“E chi legge, Glaucone, non si immedesima e piange con loro?”

“Come no?”.

“Queste persone, amico mio, sono le stesse che, di fronte a un lutto personale, trattengono le lacrime per farsi forti di fronte alla gente”.

“È vero!”

“Ora dimmi: non ti pare assurdo che si canti e si avvalori in tal modo un modello da evitare, da non imitare nella realtà?”

“Hai ragione, Socrate. Non ci avevo pensato”.

“È proprio questo che fanno i poeti, mio caro; ovvero il dare soddisfazione a quella parte dell’anima che con grande sforzo si cerca di reprimere in determinate situazioni. Leggendo quei versi, Glaucone, la nostra parte più debole e irrazionale si sazia dei pianti e dei lamenti a danno della parte razionale che, se non educata a dovere, proprio alimentandosi delle lagne altrui corre il rischio di non frenare le proprie”.

“È verissimo!” ammise.

“Lo stesso discorso possiamo traslarlo al riso: se accogli come retto e giusto ciò che apprendi guardando una commedia, allora ti viene naturale imitare tali atteggiamenti, rischiando di apparire come un buffone”.

“Purtroppo è così” mi disse lui.

“Ciò avviene anche per la poesia che alimenta i piaceri d’amore e d’ira, provocando le stesse reazioni di cui abbiamo parlato per le opere tragiche. Dunque, mio caro, se mai dovessi parlare con un estimatore di Omero, tu non combatterlo anzi, fattelo amico, pur conscio che nello Stato che abbiamo fondato l’essere assoggettato alla poesia potrebbe facilmente condurre al trasgredire la razionalità e le leggi. Poesia e filosofia sono antagoniste e lo sono da tantissimo tempo, mio caro; ciò non significa che non dobbiamo accoglierla, a tutti noi piace leggere i testi di Omero e non potremmo farne a meno. Tuttavia, non dobbiamo cedere ad essa come se fosse generatrice di verità”.

“Condivido tutto ciò che hai detto, Socrate”.

“La ricompensa per la virtù è grande mio caro. Eppure, quanto grande potrà essere la ricompensa se rapportata ad un tempo così breve, quello della vita di un uomo? Quanto piccola è la vita in termini di tempo, se raffrontata alla totalità del tempo?”.

“È un nonnulla, Socrate”.

“Pensi che ciò che è immortale debba forse preoccuparsi di un tempo così breve e non dell’eternità?”

“Penso che non se ne dovrebbe prendere carico. Ma perché dici questo, Socrate?”.

“Non ti rendi conto che la nostra anima è eterna e non è soggetta a corruzione?”

“Socrate io ti credo; ma riesci a darmene prova certa?”

“Stammi a sentire, mio caro. Siamo d’accordo sul dire che il male distrugge e corrompe mentre il bene conserva e giova?”

“Certamente”.

“Allora, sarai ancora d’accordo con me se affermo che sin dalla nascita ogni ente ospita in sé la propria corruzione, il proprio male. Per l’occhio è l’oftalmia, per il ferro la ruggine, per il legno la muffa, e così via…”

“Verissimo” mi disse.

“Non pensi che sia il male connaturato a quell’ente a corromperlo sino a portarlo alla morte? Nessun’altra cosa potrebbe farlo. Certo, se noi riuscissimo a dimostrare che per un particolare essere il proprio male non sarebbe in grado di annientarlo, ma solo di corromperlo, allora, mio caro, potremmo dire senza problemi di trovarci dinnanzi a un essere immortale. Sei d’accordo?”

“Ti direi di si, Socrate”.

“Parliamo allora dell’anima. Esiste qualcosa che la rende cattiva?”
“Certamente, tutti quei mali di cui abbiamo parlato in precedenza, ovvero la disonestà, la viltà, l’intemperanza, l’ignoranza…”.

“Nessuno di questi mali, però, mio buon amico, conduce l’anima alla morte, vero?”

“Vero!” mi rispose.

“Possiamo allora dirlo, amico mio, che nessun male proprio dell’anima, così pure esterno ad essa, è in grado di consumarla sino a farla perire. Nulla, mio caro, può perire se non per il proprio male specifico, non per altro. Tranne che l’anima, la quale è eterna e non muore nemmeno per causa del suo stesso male”.

“È così!” mi disse.

“Se l’anima è immortale ci saranno un numero ben definito di anime. Sei d’accordo con me se dico che se aumentassero di numero allora quell’incremento non potrebbe che derivare da una realtà mortale, dunque tutto sarebbe immortale, il che è impossibile”.

“Giusta osservazione, Socrate”.

“Bene, se l’anima è immortale deve essere anche immutabile; e per poterla contemplare in questa sua condizione deve essere divisa dal corpo, mortale e mutabile per definizione”.

“Certamente!”

“Bene, poiché siamo d’accordo su questo punto, ora mi pare giusto parlare delle ricompense che toccano alla giustizia, ovvero al bene più prezioso dell’anima quando quest’ultima è ancora nel corpo vivo dell’uomo”.

“Facciamolo”.

“Abbiamo detto che l’ingiusto potrebbe apparire giusto sia agli uomini, sia agli dèi; e lo abbiamo detto solo perché in tal modo sarebbe stato possibile mettere a confronto la giustizia in quanto tale con l’ingiustizia in sé. Ricordi?”
“Come potrei dimenticarlo, Socrate” mi rispose.
“Bene, ora mi concederai, Glaucone, che in realtà agli dèi non può assolutamente apparire giusto colui che invece è ingiusto”.

“Te lo concedo” mi disse.

“Gli dèi, amico mio, amano il giusto e odiano l’ingiusto; dunque, se il giusto sta vivendo una vita in apparenza disgraziata, alla fine il suo male non può che rovesciarsi in un bene, in vita o dopo la morte. All’ingiusto verrà invece destinata la sorte opposta”.

“Di sicuro!”

“In verità ti dico, caro Glaucone, che in vita, al giusto, non mancheranno le ricompense anche da parte degli uomini, perché la giustizia e l’ingiustizia alla lunga emergono e si rendono visibili. Bada, però, che i premi e i castighi ricevuti in vita non sono paragonabili a quelli riservati dagli dèi dopo la morte.”
“Raccontaceli, Socrate”.

“Certamente. Lo farò parlandoti di Er, guerriero figlio di Armenio, originario della Panfilia. Quand’egli morì in battaglia, il suo corpo fu raccolto a distanza di dieci giorni dalla morte ancora intatto. Quando fu adagiato sulla pira, per la cremazione, egli riprese vita e parlò con i presenti di ciò che aveva visto nell’aldilà”.

“Ti ascoltiamo”.

“Er raccontò che quando la sua anima fu staccata dal corpo, si mise in viaggio con molte altre anime, sino a che tutte insieme raggiunsero un luogo meraviglioso. A poca distanza da quel luogo vide quattro voragini, due sulla terra e due nel cielo; in mezzo sedevano dei giudici che comandavano ad alcune anime di salire presso una delle voragini in cielo, appendendo sul loro petto la sentenza; ad altre imponevano la discesa in una voragine terrena, a queste i segni del giudizio venivano posizionati sul dorso. Quando fu il turno di Er, gli dissero che non avrebbe preso nessuna delle due vie e che avrebbe dovuto guardare e ascoltare attentamente ogni cosa, perché il suo compito sarebbe stato quello di ritornare e di raccontare ai vivi ciò che aveva visto in quel luogo.

Er vide che dalla seconda voragine terrena sbucavano anime sudicie; da quella celeste, invece, scendevano anime pure. Tutte quelle anime, reduci da un lungo viaggio, così almeno pareva, si radunarono su un grande prato dove iniziarono a parlare tra loro, salutandosi cordialmente e scambiandosi informazioni sul luogo dove erano state. Quelle provenienti dalla voragine terrestre raccontavano della loro sofferenza millenaria; le altre, dell’esperienza di straordinaria bellezza vissuta nel cielo.

Il castigo era inflitto nel seguente modo: l’anima doveva subire una pena decuplicata rispetto ad ogni capo d’accusa e poiché l’unità di misura della pena era ogni volta di cento anni, così come si considerava la durata di una vita terrena, le anime dovevano pagare ogni volta dieci volte cento. All’opposto, le anime pie ricevevano un beneficio dieci volte superiore. Sulle anime dei morti appena nati o su coloro che ebbero vita breve, caro Glaucone, Er raccontò altre storie che non vale la pena di ricordare in questo momento.

Pene ancora peggiori venivano inflitte ai tiranni; uno di loro, Ardieo, non sarebbe mai riemerso dalla voragine. In questo modo, Er, sentì parlare tra loro alcune delle anime, che raccontavano come Ardieo, insieme ad altri incorreggibili simili a lui, fosse stato bloccato dalla voragine stessa in ogni suo tentativo di risalita e di come la voragine avesse emesso un forte muggito ad accompagnare ogni nuova ricaduta; un richiamo al quale risposero delle fiere di fuoco che gettarono Ardieo a terra e lo scorticarono. Uno spettacolo terribile per tutte le anime che, nel risalire, temevano il risuonare del muggito anche per loro”.

“Un’immagine davvero spaventosa, Socrate”.

“Dopo otto giorni, le anime iniziarono un cammino che le avrebbe condotte in un luogo fantastico. Dopo quattro giorni, giunsero a destinazione e lì poterono ammirare una colonna di luce, simile all’arcobaleno ma ancora più splendente e pura; essa rappresentava il legame del cielo, la forza che tiene unita la volta celeste. Interna alla luce era tirato il fuso di Ananke, dea della Necessità, che fa muovere tutte le sfere celesti. Il fusto e l’uncino del fuso erano fatti di Adamante, mentre il fusaiolo era di una lega composta dalla fusione dell’Adamante con altri metalli. Il fusaiolo era cavo e al suo interno trovava posto un fusaiolo più piccolo, della medesima forma del primo. All’interno del secondo ve ne era un terzo, poi un quarto e poi ancora altri quattro, tutti con i bordi superiori dall’aspetto di cerchi, ognuno dal diametro e dal colore differente. Il fuso nel suo insieme girava su se stesso, mentre quelli interni giravano in senso opposto, ognuno con una velocità differente che diminuiva man mano passando dal più interno a quello più esterno.

Il fuso, come detto, girava sulle ginocchia di Ananke, dea della Necessità, e su ogni cerchio era posta una sirena la quale emetteva un’unica nota, differente per ogni cerchio; tutte insieme producevano un’unica armonia.

Intorno stavano le tre Moire, figlie di Ananke, vestite di bianco e con l’infula sul capo: Lachesi, Cloto e Atropo. Esse cantavano seguendo l’armonia delle sirene.

Lachesi cantava il passato, Cloto il presente e Atropo il futuro. Cloto toccava ritmicamente con la mano destra il cerchio più esterno del fuso, aiutandolo a girare. Atropo faceva altrettanto con la mano sinistra, ma sui cerchi interni. Lachesi toccava prima l’uno e poi gli altri con entrambe le mani.

Le anime, giunte in quel luogo, dovevano presentarsi a Lachesi.

Il profeta del dio le dispose in ordine e, dopo aver raccolto dalle ginocchia di Lachesi le sorti e i paradigmi delle vite, salito su di un palco rialzato, disse: «Parole di Lachesi, figlia di Necessità: ha inizio per voi, anime caduche, una nuova vita mortale, tale perché si concluderà con la morte. Non sarà il demone a scegliervi ma sarete voi a scegliere il vostro demone. Il primo estratto tra di voi sceglierà il suo paradigma di vita. Non ha padroni la virtù, tanto più uno la onora tanto più ne avrà, tanto meno la onora tanto meno ne avrà. La responsabilità, dunque, è di chi sceglie, il dio non ha colpa».

Quando ebbe finito di parlare, gettò le sorti in mezzo a loro e ogni anima raccolse quella che gli era caduta vicino; tutte tranne Er, al quale non fu concesso di farlo. Ogni sorte avrebbe determinato l’ordine di scelta. Così, definito il turno, l’interprete del dio mostrò loro tutti i paradigmi di vita, che erano in numero molto maggiore rispetto ai presenti. Ve n’erano di ogni tipo, di ogni genere vivente e di ogni specie di vita umana.

Caro Glaucone, la filosofia ci insegna a scegliere per il meglio tra il bene e il male. Ti invito, se necessario, a trascurare ogni altra conoscenza per coltivare proprio questa, l’unica in grado di far vivere al meglio e secondo virtù”.

“È in questo modo che potremo scegliere con saggezza il nostro paradigma di vita nell’aldilà, caro Socrate” mi disse.

“Esattamente, mio caro.

Ma, riprendiamo da dove eravamo rimasti: Er raccontò che le vite erano sì tante che neanche l’ultimo a scegliere avrebbe corso il rischio di trovarne una non adeguata alle proprie aspettative.

il primo, disse, scelse con poca saggezza. Lo fece gravido di avidità, pensando solo alle ricchezze. Scelse malauguratamente la vita di un tiranno, destinato a divorare i propri figli, e quando ebbe modo di controllare con tranquillità il paradigma di vita che aveva in mano, si batté il petto piangendo, non incolpando se stesso, bensì il destino. Costui che era disceso dal cielo e nella vita precedente era vissuto in uno Stato giusto, non aveva coltivato la filosofia ma aveva vissuto rettamente solo per abitudine.

Non fu l’unico, tra i celesti, a fare scelte avventate, forse perché costoro non avevano subito le pene dei condannati alla voragine terrena, i quali si dimostrarono ben più saggi dei primi nel decidere.

Tuttavia, disse Er, ben più importante ai fini della scelta si sarebbe rivelata l’esperienza frutto della vita mortale precedente: riferì di aver visto l’anima che un tempo era stata di Orfeo scegliere la vita di un cigno, lo fece per evitare di essere generato da una donna. Egli odiava il genere femminile che riteneva responsabile della propria morte. Assistette anche al caso opposto, ovvero vide l’anima di un cigno e di altri animali scegliere quella di uomini.

Un’altra anima scelse la vita di un leone, Agamennone quella di un’aquila, Atalante riscelse quella di un atleta…

Infine, toccò ad Ulisse prendere una decisione…

Egli la cercò ovunque e la trovò, ma a fatica. Era relegata in un angolo, trascurata da tutti gli altri. Quando la scorse la afferrò e disse a tutti che sarebbe stata la sua scelta anche se gli fosse stato imposto di decidere come primo della fila. Scelse la vita di un uomo qualunque”.

“Lo fece memore delle sofferenza patite nella vita precedente” mi disse.

“Proprio così, mio caro amico!

Dopo che ogni anima ebbe scelto il proprio paradigma di vita, tutte, una dopo l’altra, si presentarono al cospetto di Lachesi che consegnò loro il demone, loro compagno e custode del destino che si erano scelte. Cloto confermò il destino di tutte, sotto il roteare del fuso. Atropo, infine, rese il fato immutabile.

Successivamente, le anime passarono sotto il trono di Ananke e presero la via della pianura di Lete, viaggiando con un caldo che toglieva il fiato. Alla sera si accamparono sulle sponde del fiume Amelete, le cui acque non possono essere contenute da alcun tipo di recipiente, e tutte ne bevvero per una certa quantità, seppure alcune di loro, guidate dall’ingordigia, ne bevvero troppo.

Man mano che bevevano, esse perdevano la memoria e venivano avvolte dal sonno.

A mezzanotte un terremoto e un boato fecero schizzare le anime in tutte le direzioni verso la loro nascita, come delle stelle cadenti. A Er fu impedito di bere e si ritrovò tutto d’un tratto coricato sulla pira.

Glaucone, questo racconto può salvarci!”

“Che intendi dire, Socrate?”

“Dobbiamo trarne il giusto insegnamento, deve ispirarci e condurci a privilegiare la ragione, la filosofia. Dobbiamo amare la giustizia e vivere secondo saggezza e intelligenza; tutto ciò per divenire amici degli uomini e degli dèi, sia su questa terra, sia sull’altra”.

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