L’Elogio di Erasmo – prima parte

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«Li sente?» mi chiese il professore girando leggermente il volto e indicando la finestra che dava sul cortile della facoltà.

«Li sente quanti sono?» continuò «Nel dopoguerra, nel paese dove abitavo, in Friuli, nella mia classe delle elementari eravamo in trenta, alle medie in otto, al liceo siamo rimasti in cinque. Del gruppo sono l’unico ad aver conseguito la laurea.» Fece una pausa di riflessione abbassando lievemente il capo verso sinistra e abbozzando un sorriso.

«Erano altri tempi, starà pensando lei» mi disse alzando nuovamente lo sguardo verso di me e fissandomi diritto negli occhi «Certo ha ragione, ha pienamente ragione».

Indossò i suoi occhiali, si alzò in piedi e si diresse verso la finestra, con le mani intrecciate dietro la schiena. Rimase in quella posizione per pochi secondi, dopo di che si rigirò e riprese a spiegarmi cosa non andava nella mia tesi.

Ero in ritardo per il lavoro, dovevo scappare. Uscendo nel cortile mi voltai al richiamo di una voce: «Hey! Dove corri?». Era Marta, una mia ex compagna di università, non la vedevo da mesi.

«Finalmente! Chi non muore… Ci prendiamo un caffè?» mi chiese con un sorriso «così mi racconti come è andata con il vecchio orso» mi disse con fare complice «sono sicura che arrivi da lì».

Mi prese sotto braccio e iniziò a trascinarmi verso il bar dell’università.

«No, usciamo fuori di qui, prendiamoci un caffè come si deve» le risposi «quella brodaglia scura che servono qui a 60 centesimi va bene prima degli esami, non certo per fare quattro chiacchiere». Andammo in un bar poco distante, ci sedemmo e lei incominciò a raccontarmi delle sue esperienze dell’ultimo anno.

Marta è una ragazza davvero in gamba; ha 25 anni, capelli corti castani, occhi scuri e uno sguardo sicuro. È molto affascinante e in lei si fondono la dolcezza dei tratti del viso con la forza del temperamento. Dopo la Laurea ha deciso di salire su di un aereo per l’Inghilterra; doveva stare li poche settimane, alla fine ci si è trasferita. Dopo alcuni mesi, ecco che le arriva la chiamata per uno stage al Parlamento europeo. Fa di nuovo le valigie e… via in direzione Lussemburgo. Nel frattempo prepara il concorso per un dottorato, in Belgio. Ora è qui, ma solo per riabbracciare parenti e amici, è di passaggio e lo sappiamo tutti.

«Sono felice per te, in un solo anno hai fatto tantissimo… tanta esperienza; e sei solo all’inizio di una carriera che lo so già… lo so che sarà straordinaria!» le dissi compiaciuto.

«Si, hai ragione; e sono cambiata tanto. Penso anche di aver viaggiato di più quest’anno che in tutta la mia vita. Finalmente posso definirmi, a tutti gli effetti, una da generazione erasmus!» sorrise.

«Erasmus… mmm… Mi hai fatto venire in mente che proprio in questi giorni ho finito di leggere l’Elogio della follia di Erasmo da Rotterdam, sai?»

«Testo allegro! Beh, ora che mi ci fai pensare, ricordo la tua passione per la filosofia!»

«Sono curioso! E hai ragione, è un testo molto allegro, è vero! Nonostante sia stato scritto da Erasmo come denuncia della corruzione della Chiesa del suo tempo» le risposi sorridendo «E poi, in fin dei conti, anche tu sei un pochino folle, no? Sei partita su due piedi, senza pianificare nulla; e stai viaggiando per tutta l’Europa lontano da tutti quelli che conosci…»

Mi interruppe «In effetti, vista in questo modo non posso che darti ragione. Ma dimmi un po’: nel testo di Erasmo com’è descritta la Follia?»

«Davvero ti interessa?»

«Si davvero. È uno di quei libri che ho sentito spesso nominare ma che non ho mai preso in mano.»

«Bene, allora te ne parlo volentieri! Nel testo la follia è una Dea che ha il dono di rallegrare sia gli Dei che gli uomini. È figlia del dio Pluto, il quale era leggermente ubriaco la fatidica sera…»

«Aspetta, aspetta!» mi interruppe «Mi stai dicendo che la Follia è stata concepita sotto l’effetto dell’alcol?» Marta si mise a ridere.

«Certo, non ti sembra la cosa più ovvia?». le risposi di slancio.

«Vero! Sarebbe stato folle il contrario» mi disse alzando le sopracciglia e iniziando a digitare sul suo cellulare «stavo anche pensando al fatto che non è per nulla fuori moda questo tipo di comportamento» scoppiammo entrambi in una risata.

«La Follia era originaria di un’isola dove tutto cresceva e germogliava senza semina e aratro, un luogo dove non esisteva né vecchiaia, né malattia, né fatica…»

«Mica male, che invidia!» lesse il messaggio sul suo cellulare e mi disse «Ascolta, io ho appena avvertito a casa; non torno per pranzo. Mangiamo qui insieme, ok?»

«Direi di si. Non avrebbe senso andare ora al lavoro. Meno male che la gestisco in autonomia la mia giornata, altrimenti sai che risate…» le risposi guardando l’orologio.

«Ti sei sposato Mirko? Non era imminente il grande evento? Oppure sbaglio?» mi chiese Marta, sporgendosi dalla sedia verso di me, con fare curioso.

«Si mi sono sposato, cara Marta! Ho fatto il folle gesto anch’io» le dissi con una smorfia e poi sorridendo.

«Perché folle? Sei stato obbligato?» rise.

«Non ti pare folle sposarsi sebbene si conoscano prima tutti gli svantaggi del farlo? E avere dei figli? Non è folle dal momento che si conoscono i dolori che dovete sopportare voi donne nel partorire? Eppure non vi tirate indietro, anzi! Se possibile, tutte voi sperate di poter ripetere l’esperienza una seconda volta.»

«Io personalmente no, caro Mirko.» mi disse, sistemandosi meglio sulla sedia «Inoltre ho la netta sensazione che tu mi stia rispondendo con le parole di Erasmo… sbaglio?».

Le sorrisi «Hai ragione, ma ti giuro che non riesco a non pensare al suo libro. Nel leggerlo c’è davvero da scompisciarsi dalle risate. Ti faccio un esempio: Erasmo descrive il “membro” dell’uomo come una parte assurda e ridicola che non è possibile nominare senza ridere. Ti ricordo che siamo nel ‘500» feci una pausa e poi ripresi: «Erasmo vuole dirci che tutto ciò che c’è di buono nel mondo non può che essere folle. Per farcelo capire ci fa naturalmente parecchi esempi; ci dice che la giovinezza ha quel non so che di folle che attrae gli altri, che spinge gli uomini a prendersi cura dei piccoli e ammirare i giovani, così privi di senno e sempre di buon umore. Man mano che trascorre il tempo, però, l’uomo si allontana dalla follia, riabbracciandola nella vecchiaia, rim-bambendo, ritornando bambino.»

«Rim-bambendo» ripeté Marta guardando in alto «non l’avevo mai pensata in questo modo.»

«Proprio così… e dato che nessuno elogia apertamente la Follia, Lei vuole uscire allo scoperto e vuole cantare quelle doti che le sono proprie e che ha donato a tutti gli uomini e a tutti gli Dei. Inoltre, ci dice Erasmo, è Lei, è proprio la Follia che ci rende saggi.»

«Eh no, qui ti fermo e ti contesto, anzi contesto il nostro caro Erasmo da Rotterdam. La follia non può certo guidare alla saggezza, per favore, dai! La follia è frivola, non saggia!»

«Mettiamola così: Erasmo ci vuole dimostrare che la follia va al di là della sola assennatezza. La follia è quella saggezza pratica figlia delle emozioni, oltre che del senno. Chi vorrebbe un uomo irreprensibile come guida, che non sbaglia mai e che non perdona nulla? Chi preferirebbe, come magistrato di una città o capo di un esercito, una statua di un uomo di marmo, privo di intelligenza e di qualunque sentimento umano?»

«Ok ci sono. La follia ci rende umani, ma un Dio? Come può avere della follia in sé, un Dio?»

«Ottima domanda! Effettivamente nel testo si parla di divinità pagane, degli Dei greci, figure mitologiche che nulla hanno dell’immagine del Dio cristiano. In ogni caso non pensi che una parte di follia debba pur esistere anche nel “nostro” Dio, dal momento che Egli ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza? Se Dio ha creato ogni cosa, se è in ogni cosa e ogni cosa è in Lui, dunque anche la follia deve esistere in lui, non credi?»

«Direi di si. Sei stato convincente.»

«La Follia ha il dono di rendere la vita tollerabile a chiunque; inoltre, Erasmo ci dice che senza di lei l’uomo potrebbe addirittura decidere di suicidarsi.»

«Perché suicidarsi? A parer mio è il suicidio un atto folle, non certo il contrario! Come me la spieghi questa?» socchiuse un po’ gli occhi in segno di sfida e poi sorrise.

«Erasmo è convincente anche su questo punto: ci dice che se guardassimo tutto intorno a noi, dalla cima di un monte come fa Giove, potremmo osservare e capire realmente quanto sia dura l’esistenza dell’uomo; quante siano le insidie, i torti, la fatica e gli affanni di una vita che si conclude con la morte. Erasmo cita il caso del suicidio di massa delle vergini di Mileto, le quali si impiccarono inspiegabilmente una dopo l’altra… Se il suicidio è stato il destino comune di tanti pensatori e filosofi antichi: Diogene, Senocrate, i Catoni, i Cassi, i Bruti, Chirone, non è dunque solo attraverso l’ignoranza e la spensieratezza, doni della Follia, che è possibile vivere senza dolore?»

«Devo ammettere che è un buon punto di vista.» mi disse Marta.

«Lo penso anch’io.» feci una pausa per bere il mio caffè, poi le chiesi «Lo vedi quell’uomo laggiù, quello seduto al tavolino? Quello accanto alla cassa?»

«Si lo vedo.»

«Osservalo bene. Non noti qualcosa di strano in lui?»

«Beh non saprei; aiutami dai!»

«Guarda i suoi capelli…»

«Oddio, ora lo noto anch’io. È tinto!»

«Sapevi che si tingevano anche nel 1500? L’ho scoperto leggendo l’Elogio di Erasmo. Nel testo egli descrive i vecchi signori che si tingono, che usano parrucche per nascondere la calvizie e mettono le dentiere. E le vecchiette? Sono sempre allo specchio a sfoltirsi il pube ostentando le vecchie mammelle avvizzite; e bevono, si inseriscono nelle danze delle fanciulle, scrivono bigliettini amorosi. Non è follia questa?»

«Assolutamente si. E continuo a pensare che questi esempi di atteggiamento folle resistano stoicamente al passare del tempo.» Scoppiammo a ridere, così tanto che per un attimo ci guardarono tutti nel bar.

Fine prima parte…

Come è umano lei!

fantozziCos’è la maschera? È il modo con il quale ognuno di noi si presenta al mondo, agli altri.

Hannah Arendt diceva che dietro ad una maschera si cela un intero mondo.

Paolo Villaggio amava dire che Fantozzi rappresentava una maschera, un po’ come Arlecchino o Pulcinella. Era la maschera dell’italiano medio, un uomo descritto nelle sue caratteristiche distintive, amplificate, enfatizzate, esattamente come fa una maschera carnevalesca, tanto vera quanto esagerata nella realtà che descrive.

Paolo Villaggio ci ha raccontato esattamente come siamo, cioè nella nostra estrema umanità! Lo ha fatto parlando delle nostre debolezze e delle nostre fragilità; è riuscito a rendere al meglio l’identità umana rivelando le nostre sconfitte, ma anche i nostri momenti di rivalsa.

Tutti noi siamo il ragionier Fantozzi!

La vita è una continua ricerca, siamo esseri storici proprio perché ritroviamo noi stessi solo nel tempo che scorre. Fantozzi ha il dono di scuoterci, è un tocco di realtà che ci riporta a terra, è il “morso del reale”, come lo definiva Gabriel Marcel, è l’espressione concreta della nostra essenza.

Grazie Paolo, perché ci hai regalato uno strumento importante e unico per ritrovare l’umiltà che è l’ingrediente più importate, cui attingere, per vivere al meglio la nostra vita.

Domenica mattina al fiume…

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E’ stata una mattinata strana, diversa dal solito. Diversa sì, sebbene simile a quelle che erano le mie domeniche mattina di alcuni anni fa.

Questa voglia di uscire alle prime ore dell’alba, di correre sull’argine del fiume; da tanto tempo non provavo sensazioni di questo tipo. Oggi il correre aveva qualcosa di speciale; le gambe rispondevano alla perfezione, nessun affanno. Il sole batteva prima sulla mia nuca, poi sul mio viso trascinando l’incedere della mia falcata lungo tutto l’anello naturale che nasce dalla chiesetta del quartiere “Isola” di Vercelli, passa sull’argine del Sesia accanto ai campi seminati a mais e alle risaie, circumnaviga un maneggio che si erge bianco tra i campi, sino a ritornare alla chiesetta.

Quarantacinque minuti che hanno avuto il gran merito di dirigere i miei pensieri su varie questioni, del tutto differenti e al di fuori del contesto che stavo vivendo. Quando ero più giovane e più allenato, riuscivo a estraniarmi dalla corsa e ad usare l’esercizio fisico per riflettere, in questo modo ero in grado di raggiungere una concentrazione tale che spesso invidiavo in altre circostanze.

D’un tratto, nel fissare i miei piedi rincorrere l’ombra allungata di fronte a me, sono sopraggiunte ai miei occhi alcune immagini. Nel notare una lingua di terra entrare nel fiume, sottraendo spazio all’acqua, ho immaginato una corda tirata tra una sponda e l’altra e decine, centinaia di persone unite nel cercare di passare da un estremo all’altro. Immagini viste nei telegiornali o sui social, incastonate nella mia memoria, disegni su di un foglio trasparente sovrapposto alla realtà.

Passando oltre, ho visto un papà con il figlio di circa quattro anni. Li ho salutati mentre passavo loro accanto, e alla mia mente sono sopraggiunte immagini lontane nel tempo di un bimbo e di suo padre, entrambi al fiume a tirare pietre piatte sull’acqua. Stessa età di quel bimbo, stesso sorriso nel godersi la semplicità di una domenica mattina.

A un tratto decido di allungare il passo, di mettermi alla prova. Non và, gli anni passano, la forma cambia; eppure sono sempre io, scavando ritrovo sempre mè stesso.

Devo solo scavare di più rispetto a prima.