Come è umano lei!

fantozziCos’è la maschera? È il modo con il quale ognuno di noi si presenta al mondo, agli altri.

Hannah Arendt diceva che dietro ad una maschera si cela un intero mondo.

Paolo Villaggio amava dire che Fantozzi rappresentava una maschera, un po’ come Arlecchino o Pulcinella. Era la maschera dell’italiano medio, un uomo descritto nelle sue caratteristiche distintive, amplificate, enfatizzate, esattamente come fa una maschera carnevalesca, tanto vera quanto esagerata nella realtà che descrive.

Paolo Villaggio ci ha raccontato esattamente come siamo, cioè nella nostra estrema umanità! Lo ha fatto parlando delle nostre debolezze e delle nostre fragilità; è riuscito a rendere al meglio l’identità umana rivelando le nostre sconfitte, ma anche i nostri momenti di rivalsa.

Tutti noi siamo il ragionier Fantozzi!

La vita è una continua ricerca, siamo esseri storici proprio perché ritroviamo noi stessi solo nel tempo che scorre. Fantozzi ha il dono di scuoterci, è un tocco di realtà che ci riporta a terra, è il “morso del reale”, come lo definiva Gabriel Marcel, è l’espressione concreta della nostra essenza.

Grazie Paolo, perché ci hai regalato uno strumento importante e unico per ritrovare l’umiltà che è l’ingrediente più importate, cui attingere, per vivere al meglio la nostra vita.

Domenica mattina al fiume…

sesia
E’ stata una mattinata strana, diversa dal solito. Diversa sì, sebbene simile a quelle che erano le mie domeniche mattina di alcuni anni fa.

Questa voglia di uscire alle prime ore dell’alba, di correre sull’argine del fiume; da tanto tempo non provavo sensazioni di questo tipo. Oggi il correre aveva qualcosa di speciale; le gambe rispondevano alla perfezione, nessun affanno. Il sole batteva prima sulla mia nuca, poi sul mio viso trascinando l’incedere della mia falcata lungo tutto l’anello naturale che nasce dalla chiesetta del quartiere “Isola” di Vercelli, passa sull’argine del Sesia accanto ai campi seminati a mais e alle risaie, circumnaviga un maneggio che si erge bianco tra i campi, sino a ritornare alla chiesetta.

Quarantacinque minuti che hanno avuto il gran merito di dirigere i miei pensieri su varie questioni, del tutto differenti e al di fuori del contesto che stavo vivendo. Quando ero più giovane e più allenato, riuscivo a estraniarmi dalla corsa e ad usare l’esercizio fisico per riflettere, in questo modo ero in grado di raggiungere una concentrazione tale che spesso invidiavo in altre circostanze.

D’un tratto, nel fissare i miei piedi rincorrere l’ombra allungata di fronte a me, sono sopraggiunte ai miei occhi alcune immagini. Nel notare una lingua di terra entrare nel fiume, sottraendo spazio all’acqua, ho immaginato una corda tirata tra una sponda e l’altra e decine, centinaia di persone unite nel cercare di passare da un estremo all’altro. Immagini viste nei telegiornali o sui social, incastonate nella mia memoria, disegni su di un foglio trasparente sovrapposto alla realtà.

Passando oltre, ho visto un papà con il figlio di circa quattro anni. Li ho salutati mentre passavo loro accanto, e alla mia mente sono sopraggiunte immagini lontane nel tempo di un bimbo e di suo padre, entrambi al fiume a tirare pietre piatte sull’acqua. Stessa età di quel bimbo, stesso sorriso nel godersi la semplicità di una domenica mattina.

A un tratto decido di allungare il passo, di mettermi alla prova. Non và, gli anni passano, la forma cambia; eppure sono sempre io, scavando ritrovo sempre mè stesso.

Devo solo scavare di più rispetto a prima.