Il significato di Cultura

8E3062EA-17A3-40E5-AEB1-94F3A5B2740BRagionare sulla Cultura può condurre a un dilemma legato alla sua stessa definizione: cos’è Cultura?
È forse tutto ciò che ci caratterizza e che abbiamo assorbito attraverso l’esempio dei nostri genitori o magari dalla scuola e dagli insegnanti? Certamente si, Cultura è anche questo.

Personalmente ritengo che la Cultura ci definisca in quanto uomini e quindi ci costituisca intimamente come esseri umani.
È certamente figlia di tutte le nostre esperienze e, in tal senso, rappresenta uno strumento per osservare criticamente il mondo, per dare significato alla realtà e conferire valore alle cose. Penso inoltre che la Cultura, proprio perché significante e significato dal valore universale, non possa che rivelarsi attraverso le condizioni di “gratuità” e di “trasmissibilità” che le sono proprie.

È dunque necessario aprirsi alla Cultura per assecondare la propria natura; e il modo migliore per farlo è quello di aprirsi agli altri.

In tal senso vorrei dire a chi parla di oicofobia (e che fa parte della Giunta vercellese), che la Cultura è l’unico bene dell’umanità, che diviso tra tutti, anziché diminuire, diventa più grande.
Non è farina del mio sacco questa frase, sarei felice di prendermi la paternità di questa affermazione; l’ha scritto Hans-George Gadamer, grande filosofo tedesco, molto legato alla sua Germania, grande amante dell’Italia, degli italiani, del mondo… del sapere.

La cultura è gratis, bisogna naturalmente aprirle la porta. In tal modo il mondo cambierà perché sarà lo sguardo dell’osservatore a cambiare…

Domenica mattina al fiume…

sesia
E’ stata una mattinata strana, diversa dal solito. Diversa sì, sebbene simile a quelle che erano le mie domeniche mattina di alcuni anni fa.

Questa voglia di uscire alle prime ore dell’alba, di correre sull’argine del fiume; da tanto tempo non provavo sensazioni di questo tipo. Oggi il correre aveva qualcosa di speciale; le gambe rispondevano alla perfezione, nessun affanno. Il sole batteva prima sulla mia nuca, poi sul mio viso trascinando l’incedere della mia falcata lungo tutto l’anello naturale che nasce dalla chiesetta del quartiere “Isola” di Vercelli, passa sull’argine del Sesia accanto ai campi seminati a mais e alle risaie, circumnaviga un maneggio che si erge bianco tra i campi, sino a ritornare alla chiesetta.

Quarantacinque minuti che hanno avuto il gran merito di dirigere i miei pensieri su varie questioni, del tutto differenti e al di fuori del contesto che stavo vivendo. Quando ero più giovane e più allenato, riuscivo a estraniarmi dalla corsa e ad usare l’esercizio fisico per riflettere, in questo modo ero in grado di raggiungere una concentrazione tale che spesso invidiavo in altre circostanze.

D’un tratto, nel fissare i miei piedi rincorrere l’ombra allungata di fronte a me, sono sopraggiunte ai miei occhi alcune immagini. Nel notare una lingua di terra entrare nel fiume, sottraendo spazio all’acqua, ho immaginato una corda tirata tra una sponda e l’altra e decine, centinaia di persone unite nel cercare di passare da un estremo all’altro. Immagini viste nei telegiornali o sui social, incastonate nella mia memoria, disegni su di un foglio trasparente sovrapposto alla realtà.

Passando oltre, ho visto un papà con il figlio di circa quattro anni. Li ho salutati mentre passavo loro accanto, e alla mia mente sono sopraggiunte immagini lontane nel tempo di un bimbo e di suo padre, entrambi al fiume a tirare pietre piatte sull’acqua. Stessa età di quel bimbo, stesso sorriso nel godersi la semplicità di una domenica mattina.

A un tratto decido di allungare il passo, di mettermi alla prova. Non và, gli anni passano, la forma cambia; eppure sono sempre io, scavando ritrovo sempre mè stesso.

Devo solo scavare di più rispetto a prima.