Il significato di Cultura

8E3062EA-17A3-40E5-AEB1-94F3A5B2740BRagionare sulla Cultura può condurre a un dilemma legato alla sua stessa definizione: cos’è Cultura?
È forse tutto ciò che ci caratterizza e che abbiamo assorbito attraverso l’esempio dei nostri genitori o magari dalla scuola e dagli insegnanti? Certamente si, Cultura è anche questo.

Personalmente ritengo che la Cultura ci definisca in quanto uomini e quindi ci costituisca intimamente come esseri umani.
È certamente figlia di tutte le nostre esperienze e, in tal senso, rappresenta uno strumento per osservare criticamente il mondo, per dare significato alla realtà e conferire valore alle cose. Penso inoltre che la Cultura, proprio perché significante e significato dal valore universale, non possa che rivelarsi attraverso le condizioni di “gratuità” e di “trasmissibilità” che le sono proprie.

È dunque necessario aprirsi alla Cultura per assecondare la propria natura; e il modo migliore per farlo è quello di aprirsi agli altri.

In tal senso vorrei dire a chi parla di oicofobia (e che fa parte della Giunta vercellese), che la Cultura è l’unico bene dell’umanità, che diviso tra tutti, anziché diminuire, diventa più grande.
Non è farina del mio sacco questa frase, sarei felice di prendermi la paternità di questa affermazione; l’ha scritto Hans-George Gadamer, grande filosofo tedesco, molto legato alla sua Germania, grande amante dell’Italia, degli italiani, del mondo… del sapere.

La cultura è gratis, bisogna naturalmente aprirle la porta. In tal modo il mondo cambierà perché sarà lo sguardo dell’osservatore a cambiare…

Giustizia e carità

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Sabato 17 Febbraio, il Meic di Vercelli (Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale) ha organizzato un interessante incontro dal titolo: “Beati coloro che hanno fame e sete di giustizia. Alla ricerca di una giustizia più alta”.
Sono convinto che appuntamenti di questo tipo siano uno strumento importante per crescere come cittadini e come essere umani.
Accanto al prof. Maurizio Ambrosini, che ha introdotto il convegno, sono intervenuti don Virginio Colmegna, presidente della fondazione “Casa della carità” di Milano e Il prof. Nando dalla Chiesa, docente all’università Statale di Milano.
Da un lato il punto di vista di un religioso, quello di un uomo che ha fatto della carità la propria missione.
Dall’altra parte la prospettiva laica di chi ha ricevuto in eredità un concetto di giustizia importante, quello del Generale Carlo Alberto dalla Chiesa, simbolo di grande abnegazione a un ideale ed estremo sacrificio per esso.
Due esempi, due esperienze, due prospettive che tra loro si intersecano e vicendevolmente si nutrono, l’un l’altra.
Giustizia è carità, è responsabilità, è donarsi al prossimo, è raccogliere il racconto di chi ha subito ingiustizia e partecipare del suo dolore; questa è la tesi di don Virginio Colmegna che sposa la filosofia di Emmanuel Lévinas, da lui stesso menzionato durante il suo intervento.
Nando dalla Chiesa cita le madri di Plaza de Mayo, l’associazione delle madri dei desaparecidos argentini, e l’esperienza dei parenti dei desaparecidos in Messico, dove i narcotrafficanti decidono della vita e della morte di chiunque sul territorio, spesso con la connivenza delle autorità statali.
È l’esperienza dei cittadini di Casal di Principe e di tutte le persone di quei luoghi laddove la criminalità organizzata cresce e prospera come un tumore, come un cancro interno al tessuto della società civile.
È la storia dei più deboli che uniti si tramutano in un’arma invincibile.
In tal senso assume un significato importante il fatto che l’università Statale di Milano abbia da poco conferito la laurea in Relazioni Internazionali a Vera Jarach, Estela de Carlotto e Yolanda Isais; tre donne che, come recita la delibera del Senato accademico: “rappresentano in maniera particolarmente significativa i movimenti nati in Argentina e in seguito in Messico per i diritti delle vittime delle sparizioni forzate e che sono testimonianza di un instancabile impegno in difesa dei diritti umani e nella ricerca della verità e della giustizia”.

Domenica mattina al fiume…

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E’ stata una mattinata strana, diversa dal solito. Diversa sì, sebbene simile a quelle che erano le mie domeniche mattina di alcuni anni fa.

Questa voglia di uscire alle prime ore dell’alba, di correre sull’argine del fiume; da tanto tempo non provavo sensazioni di questo tipo. Oggi il correre aveva qualcosa di speciale; le gambe rispondevano alla perfezione, nessun affanno. Il sole batteva prima sulla mia nuca, poi sul mio viso trascinando l’incedere della mia falcata lungo tutto l’anello naturale che nasce dalla chiesetta del quartiere “Isola” di Vercelli, passa sull’argine del Sesia accanto ai campi seminati a mais e alle risaie, circumnaviga un maneggio che si erge bianco tra i campi, sino a ritornare alla chiesetta.

Quarantacinque minuti che hanno avuto il gran merito di dirigere i miei pensieri su varie questioni, del tutto differenti e al di fuori del contesto che stavo vivendo. Quando ero più giovane e più allenato, riuscivo a estraniarmi dalla corsa e ad usare l’esercizio fisico per riflettere, in questo modo ero in grado di raggiungere una concentrazione tale che spesso invidiavo in altre circostanze.

D’un tratto, nel fissare i miei piedi rincorrere l’ombra allungata di fronte a me, sono sopraggiunte ai miei occhi alcune immagini. Nel notare una lingua di terra entrare nel fiume, sottraendo spazio all’acqua, ho immaginato una corda tirata tra una sponda e l’altra e decine, centinaia di persone unite nel cercare di passare da un estremo all’altro. Immagini viste nei telegiornali o sui social, incastonate nella mia memoria, disegni su di un foglio trasparente sovrapposto alla realtà.

Passando oltre, ho visto un papà con il figlio di circa quattro anni. Li ho salutati mentre passavo loro accanto, e alla mia mente sono sopraggiunte immagini lontane nel tempo di un bimbo e di suo padre, entrambi al fiume a tirare pietre piatte sull’acqua. Stessa età di quel bimbo, stesso sorriso nel godersi la semplicità di una domenica mattina.

A un tratto decido di allungare il passo, di mettermi alla prova. Non và, gli anni passano, la forma cambia; eppure sono sempre io, scavando ritrovo sempre mè stesso.

Devo solo scavare di più rispetto a prima.