Il significato di Cultura

8E3062EA-17A3-40E5-AEB1-94F3A5B2740BRagionare sulla Cultura può condurre a un dilemma legato alla sua stessa definizione: cos’è Cultura?
È forse tutto ciò che ci caratterizza e che abbiamo assorbito attraverso l’esempio dei nostri genitori o magari dalla scuola e dagli insegnanti? Certamente si, Cultura è anche questo.

Personalmente ritengo che la Cultura ci definisca in quanto uomini e quindi ci costituisca intimamente come esseri umani.
È certamente figlia di tutte le nostre esperienze e, in tal senso, rappresenta uno strumento per osservare criticamente il mondo, per dare significato alla realtà e conferire valore alle cose. Penso inoltre che la Cultura, proprio perché significante e significato dal valore universale, non possa che rivelarsi attraverso le condizioni di “gratuità” e di “trasmissibilità” che le sono proprie.

È dunque necessario aprirsi alla Cultura per assecondare la propria natura; e il modo migliore per farlo è quello di aprirsi agli altri.

In tal senso vorrei dire a chi parla di oicofobia (e che fa parte della Giunta vercellese), che la Cultura è l’unico bene dell’umanità, che diviso tra tutti, anziché diminuire, diventa più grande.
Non è farina del mio sacco questa frase, sarei felice di prendermi la paternità di questa affermazione; l’ha scritto Hans-George Gadamer, grande filosofo tedesco, molto legato alla sua Germania, grande amante dell’Italia, degli italiani, del mondo… del sapere.

La cultura è gratis, bisogna naturalmente aprirle la porta. In tal modo il mondo cambierà perché sarà lo sguardo dell’osservatore a cambiare…

Forte incontro tra culture

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Il nostro si dimostra essere un tempo di “forte incontro” fra culture differenti.
È bene ricordare come l’Occidente, la cultura occidentale che conosciamo e di cui siamo parte, nella quale siamo immersi, altro non è che il prodotto di un evento interculturale.
Intendo dire che la nostra civiltà è la risultante dell’incontro tra la cultura greca, la cultura romana, quella ebraica e quella cristiana.
La questione relativa all’incontro tra culture diverse, il tema dell’ospitalità e quello del relazionarsi con l’altro-da-noi, non sono degli argomenti meramente attuali, non rappresentano un’attrattiva filosofica di nuova generazione.
La sociologia, la filosofia, la politica, sono tutte discipline che si interrogano sui temi dell’universale e dell’interculturalità da molto tempo. Nonostante ciò è solo negli ultimi decenni del XX secolo che si è sviluppata una discussione importante (e allargata) su questi specifici argomenti, questioni che hanno radunato tanti autorevoli intellettuali contemporanei.
È giusto anche solo citarne alcuni: mi viene in mente Hans Georg Gadamer, con la sua teoria della “fusione di
orizzonti”; Karl Jaspers, che ci ha parlato di “età assiale”; Paul Ricoeur, quest’ultimo che tanto ha contributo all’argomento relativo all’immigrazione, all’ospitalità e che ci ha offerto l’immagine di ciò che egli ha definito “universali in contesto”; quasi un ossimoro, il suo, con il quale egli ha voluto dipingere un incontro tra diverse culture, occasione concreta per un reciproco arricchimento, nel tentativo di “universalizzare i singoli universali”.
Sempre Ricoeur si è interrogato, in un suo articolo pubblicato sulla rivista “Vita e pensiero” dell’università Cattolica di alcuni anni or sono, su chi fosse realmente lo straniero. Nell’articolo viene posto risalto al tema dello spirito identitario, quella sfera di appartenenza che lega i soggetti e li aiuta a definirsi come singoli elementi di un insieme comune. Un senso di appartenenza che, cito Ricoeur, “si troverà a vacillare, a essere in qualche modo scalzato, minato alla base, dalla riflessione che segue, incentrata sul ricordo simbolico di essere stati
stranieri”.
INCENTRATA SUL RICORDO SIMBOLICO DI ESSERE STATI STRANIERI, una frase che fa riflettere, che deve fare riflettere.
Mi sovviene, ragionando su questi argomenti, un saggio di Benedetto Croce;  il cui titolo ha tutto il sapore di universalità, di universale: “Non possiamo non dirci cristiani”.