L’Elogio di Erasmo – terza parte

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«Erasmo ci parla di quei nobili che, pur comportandosi peggio della plebaglia più infima, ostentano i propri titoli in pubblico e raccontano le gesta dei loro avi, riconducendo la propria stirpe addirittura ad Enea e solo per raccogliere proseliti. Sono scaltri personaggi che attirano l’ammirazione di individui ancora più stolti e folli di loro.

E non smette di farci esempi:

uno, più brutto di una scimmia, è convinto di essere bello come un Dio greco; un altro che, dopo aver tracciato tre linee col compasso, si crede Euclide; un altro ancora, che crede di cantare come un tenore, seppure la sua voce sia peggiore del suono emesso da un gallo che morde una gallina. Non sono parole mie, Marta! Sono di Erasmo, te lo giuro!»

«Sempre più spassoso!»

«Assolutamente si! E continua dicendoci che la pazzia è caratteristica comune soprattutto degli attori, dei cantori, degli oratori e dei poeti. Tra di loro, ci dice Erasmo, tanto più uno è ignorante, tanto più si compiace di se stesso, si vanta e si gonfia di fronte a chi lo ascolta.

Tutti questi folli sono accomunati da un profondo amore di sé; e se la Dea ha infuso questa particolare follia nei singoli, così l’ha resa comune anche a intere Nazioni e città.»

«Questa non l’ho capita, Mirko…»

«Lo spiega meglio Erasmo nel proseguo del testo: gli Inglesi, ad esempio, pretendono di primeggiare un po’ su tutto e su tutti; gli Scozzesi vantano le proprie origini regali e la loro fine dialettica; i Francesi rivendicano la raffinatezza nei costumi; gli Italiani si vedono superiori nell’eloquenza e nello scrivere, convinti altresì di essere gli unici uomini non barbari su questa terra; i Greci pretendono di essere gli inventori delle arti, forti del loro passato mitico, fatto di Dei ed Eroi; i Turchi rivendicano il primato della propria religione e deridono i cristiani, bollandoli come superstiziosi; gli Ebrei, i più spassosi, secondo la Follia, sono folli ancora in attesa del loro Messia; gli Spagnoli si credono i migliori guerrieri; i Tedeschi si vantano della loro prestanza fisica e della loro superiore conoscenza della magia…»

«Se la tirano un po’ tutti, vedo… E noi Italiani siamo proprio i più sboroni!» esclamò Marta divertita.

«Beh, anche gli Inglesi non se la cavano male.» ci mettemmo a ridere «Erasmo ci parla anche dell’adulazione dicendoci che non gode di buona fama, soprattutto agli occhi di chi rimane colpito più dal nome delle cose che dalle cose in quanto tali.»

«Cioè da coloro che si fermano all’apparenza, che considerano più importanti le parole piuttosto che la sostanza, giusto?»

«Esatto Marta! Questi individui pensano che l’adulazione non vada a braccetto con la fedeltà, ma sbagliano! Basta osservare la natura e gli animali per capire il loro errore: il cane è un grandissimo adulatore, eppure è il più fedele amico dell’uomo. Gli scoiattoli sono molto teneri, si fanno accarezzare e sono amici degli umani, a differenza di tigri e leoni, che non si fanno certo avvicinare dall’uomo e, anzi, lo sbranerebbero volentieri se lo avessero a portata di artiglio.

Naturalmente esiste un’adulazione negativa, Erasmo vuole però descriverci la sua forma opposta, cioè quel genere di comportamento che ha la capacità di rallegrare le persone tristi, che solleva gli ammalati, che sprona i pigri, che rabbonisce i violenti…»

«Qualche buona parola, qualche piccolo inganno a fin di bene. È questa l’adulazione positiva di Erasmo… Ho capito bene?» intervenne Marta.

«Certo. Hai riassunto benissimo il concetto! Lasciarsi ingannare, in questo senso, non può che rappresentare un fattore positivo. La verità conduce spesso al malessere e quindi l’uomo è naturalmente portato ad amare più la finzione che la verità stessa. Per dimostrarcelo ci fa l’esempio dei fedeli annoiati nell’ascoltare il sermone domenicale. Però, quando capita che il prete inizia a raccontare qualche storiella poco seriosa, tutti si svegliano stando a bocca aperta e ben attenti alle sue parole.

È di gran lunga migliore e meno costosa la strada dell’opinione, questo ci vuole far intendere Erasmo nel testo; e per farlo cita il mito della caverna platonica, ci parla di un luogo tetro e buio all’interno del quale alcuni uomini sono incatenati e immobili. Non sono affranti, anzi; sono soddisfatti e tranquilli perché quella, per loro, è l’unica realtà concepibile. Un giorno, però, uno di loro si libera, esce fuori alla luce del sole e finalmente contempla la verità.

C’è differenza tra i folli incatenati all’interno della caverna e il saggio che ne è uscito? Questo si chiede Erasmo. Ci risponde dicendoci che la felicità dei folli costa molto meno rispetto a quella del saggio. Inoltre i folli sono in molti, il saggio è invece da solo e “non c’è bene che sia bello possedere senza un compagno con cui dividerlo” continua Erasmo, citando Seneca.

Inoltre, la Follia non chiede indietro i doni che fa agli uomini, al contrario degli altri Dei.

Bacco regala l’ebrezza all’uomo, ma la rivuole indietro; la Follia, invece, concede agli uomini uno stato di ebrezza piacevole e duraturo.

Esattamente come Bacco è Venere, Dea della bellezza; e Mercurio, che regala l’eloquenza agli uomini; e ancora Ercole, che dona la ricchezza; e Giove, Marte, Apollo, Nettuno…

La Follia non fa distinzione, concede i suoi doni a chiunque! E tutto ciò nonostante gli uomini non ne riconoscano le virtù.»

«Io mi arrabbierei molto fossi in lei! Insomma, un minimo di riconoscenza! Rendi la vita migliore agli uomini e come ricompensa ottieni umiliazione ed emarginazione? Eh no eh!» Irruppe Marta con fare scherzoso.

«Hai ragione! Eppure Lei non sembra aversene a male, anzi! In fin dei conti sono gli uomini con i loro atteggiamenti quotidiani, anche senza volerlo, che le rendono omaggio. E non sono solo gli stolti o i più ignoranti a farlo… Anche i più intelligenti o comunque quelli che si credono tali.

Per dimostrarcelo cita i grammatici e gli insegnanti, che invecchiano nelle scuole e diventando sordi a causa delle urla degli scolari.

Descrive i poeti, che si impegnano nell’affascinare le orecchie degli uomini con sciocche storielle e che sprecano il loro tempo e la loro salute, rischiando addirittura la cecità, col solo fine di ottenere l’approvazione dei pochi lettori che li seguono.

Ci parla dei giuristi, dei dialettici, dei sofisti, dei filosofi, dei teologi, quest’ultimi i più folli di tutti, tanto pieni di sé che commiserano chi non fa parte della loro schiera, guardandoli dall’alto come fossero animali che strisciano per terra.

Non risparmia i religiosi e i monaci, che conoscono i peccati della gente e abusano di questo privilegio, denunciando pubblicamente chiunque non voglia sottostare ai loro comodi.

La Follia non lesina “apprezzamenti” ai Re e ai nobili… Lo stesso dicasi per i cortigiani, così ossequiosi con il loro sovrano… e i vescovi, i cardinali, addirittura i Papi!»

«Ci va giù pesante ora!»

«Saltella sulla brace infatti… Nel testo ci dice che non è sua intenzione passare in rassegna la vita dei papi e dei preti per metterli in cattiva luce; non è satira la sua, è un l’elogio, della Follia per giunta… dunque non poteva essere scritto che in questo modo.

E ancora, sono folli tutti coloro che hanno abbracciato profondamente la pietà cristiana, perché non tengono più in considerazione le offese, gli inganni…»

«Porgono l’altra guancia…»

«Esatto! Sono tutti figli della Follia; di quella follia che vuole l’anima prigioniera del corpo sino alla sua ascesa celeste.

Anche Platone, come i cristiani, era un folle! Perché volgeva lo sguardo verso il cielo e verso il bene che non è altro che una delle forme più alte di follia; rappresenta cioè quel vivere al di fuori di sé proprio degli innamorati, soggiogati dal più grande dei deliri, dall’amore. Non è bella l’immagine dell’innamorato che va fuori di sé per vivere nella persona amata?»

«Molto bella davvero!» mi rispose Marta con un sorriso.

«Siamo alla fine Marta! La Follia, d’un tratto, dichiara di aver passato i limiti da un pezzo e che in realtà, il suo, non è stato altro che uno scherzo!

Non è così, naturalmente! Il suo racconto ci ha svelato i vizi e il malcostume della società cinquecentesca di cui Erasmo era parte.

La forte critica alla Chiesa romana anticipa i temi che saranno fondativi per il movimento riformatore di Martin Lutero.

Erasmo, che vede una degenerazione della cristianità sia tra i fedeli che tra i Pastori, vuole un ritorno alle origini e auspica un recupero della parola di Gesù, nella sua forma più autentica.

In gioco c’è la salvezza dell’uomo, la salvezza della sua anima, il suo rapporto con Dio e soprattutto la sua libertà.

Ostile al “servo arbitrio” luterano, in base al quale la Salvezza umana è frutto della sola decisione divina, Erasmo risponde con il suo “De libero Arbitrio”, attraverso il quale vuole restituire all’uomo la facoltà più importante, cioè la libertà di decidere, di scegliere tra il bene e il male, di guadagnarsi il Paradiso con le proprie forze.»

«Caro Mirko si è fatto tardi e, come la Follia, ora mi congedo da te anch’io» mi disse Marta «ti aspetto in Belgio da me; come mio ospite naturalmente!»

«Molto volentieri!» le risposi, e con lei brindai alla vita, come la Follia avrebbe voluto.

25 Aprile. Libertà e liberazione

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La libertà non esiste nel mondo delle cose, è un concetto senza forma, è un’idea, un faro a cui puntare, verso cui dirigersi. È una guida impalpabile, eterea, non dimostrabile.

Ce lo ha detto Kant, lo ha ribadito Hannah Arendt: la libertà non può far parte del mondo naturale, non esiste nell’universo dei bisogni, anzi è totalmente estranea ad esso. Cosa sono i bisogni se non il mangiare, il dormire, il volersi riprodurre… Se ho fame devo mangiare, se non mangio mi indebolisco, mi ammalo, muoio. Il mondo naturale non prevede la libertà, tuttavia non la preclude totalmente poiché essa è sensazione umana, propria dell’individuo.

La libertà non è dimostrabile perché è un pensiero; non ha estensione la libertà, non la si può catturare, eppure è fondamentale per l’uomo che agisce, essenziale per tutti gli individui che vivono nella società, che si attivano in essa e si relazionano con altri individui. Dunque la libertà è dell’uomo ma «solo nel rapporto con gli altri egli può vivere l’esperienza della libertà». (Arendt H., Verità e politica)

Quando penso alle relazioni mi viene sempre in mente Hobbes e il “suo” Stato di natura; cioè una condizione umana archetipica, costituita da leggi preesistenti l’ordinamento civile. Nello stato di natura hobbesiano vige la legge della guerra, del bellum omnium contra omnes, del tutti contro tutti. Per Hobbes l’unica strada percorribile da parte dell’uomo moderno, per non soccombere e abbandonarsi ad una perpetua lotta per la supremazia sull’altro, è quella di istituire un patto sociale tra gli stessi membri della comunità, un vero e proprio contratto attraverso cui tutti debbono associarsi e subordinarsi ad un sovrano al quale vengono trasferiti i diritti naturali di tutti i membri del gruppo sociale.

Questo è un esempio di alienazione. Feuerbach ci parla di alienazione in ambito teologico (teologia come antropologia), Marx la traduce all’interno della dimensione economica, parlandoci del capitale, della figura dell’operaio e della sua disumanizzazione come conseguenza del perverso meccanismo della produzione di ricchezza.

Sono forse, questi, esempi nei quali la libertà viene meno? Soccombere alla tirannia di un gruppo, o di un singolo, o di una condizione socio-economica ostile e alienante, vuol significare abbandonare la libertà?

La risposta non può che essere negativa; la libertà ci appartiene e ci apparterrà sino a che saremo in grado di pensare, perché non esiste se non dentro di noi ed è l’Idea che rappresenta il naturale nutrimento del nostro agire nel mondo.

Il 25 Aprile del 1945 c’era il sole a Milano. Già dal giorno precedente erano nate spontaneamente alcune insurrezioni popolari contro i nazifascisti. La prima vittima fu una donna, Gina Galeotti Bianchi, detta Lia, incinta di 8 mesi, che cadde sotto il fuoco di alcuni soldati tedeschi in fuga da un posto di blocco partigiano. Per tutto il giorno i partigiani, comandati da Sandro Pertini, Luigi Longo, Leo Valiani ed Emilio Sereni, combatterono, strenuamente; alle 9:00 del giorno successivo Corrado Bonfantini, il comandante delle brigate Matteotti, annunciò la liberazione di Milano.

Cos’è la liberazione se non la traduzione attiva della libertà in quanto idea; lo sforzo mondano per dare forma ad un pensiero?

La liberazione raffigura una delle tante possibili rappresentazioni reali del concetto di libertà; e devo ammettere che è quella che prediligo!

Hannah Arendt

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Hannah Arendt è stata tra le prime autrici, nell’ambito della filosofia politica, che io abbia incontrato durante il mio intero percorso accademico.

Nacque ad Hannover nel 1906, da una famiglia ebrea; fu costretta a fuggire dalla Germania nazista per trovare rifugio prima in Francia e poi negli Stati Uniti, dove insegnò in varie prestigiose università (fu la prima donna professore). In Germania ebbe come insegnanti Heidegger (con il quale intrecciò anche una relazione amorosa) e Jaspers.

Ebrea e apolide, in un mondo in cui la cittadinanza rappresentava (rappresenta ancor oggi, a dire il vero) la condizione principale per poter definire l’individuo all’interno della società, il suo status sembrò privarla non solo dei diritti politici, ma anche degli stessi diritti universali dell’uomo. Ebbe il coraggio di rivalutare la condizione di apolide, definendola come un punto di vista privilegiato per capire la politica, campo nel quale, secondo la sua visione, sarebbe stato possibile realizzare le aspirazioni più elevate degli uomini.

A dispetto della sua formazione accademica (di stampo filosofico) e della natura della sua produzione letteraria, lei rifiutò l’appellativo di “filosofo”, definendosi una “teorica politica”. Secondo il suo pensiero il bene politico più prezioso risiede nella “libertà”; la politica autentica è quella che può definirsi realmente libera.

In tal senso la Rivoluzione francese fu una rivoluzione mancata, per la Arendt, perché occupandosi dei bisogni delle persone povere, finì per perdere la strada verso la libertà, cioè la strada che avrebbe condotto alla creazione di istituzioni atte al formare cittadini liberi. La Rivoluzione fallì perché i giacobini si fecero trasportare dai bisogni e dalle necessità, perdendo di vista i principi politici che avevano innescato la miccia rivoluzionaria – anche Kant la pensava in questo modo. L’errore dei rivoluzionari è stato quello di subordinare la “politica” (plurale/innaturale) al “bisogno” (individuale/naturale).

Al contrario, la Rivoluzione americana ebbe successo proprio perché in prima linea era posta la volontà di creare istituzioni volte alla determinazione di uno Stato libero e, dunque, di cittadini liberi.

Il concetto di libertà della Arendt ha a che fare con l’azione, la cui massima espressione risiede nell’occuparsi della cosa pubblica (Res publica). Infatti è principalmente all’interno dell’arena politica che l’uomo, ci dice la Arendt, può entrare in contatto con gli altri uomini, mettendo autenticamente in gioco le proprie opinioni (doxa), qualificandosi come “essere non interscambiabile della specie”.

Necessità e libertà sono due concetti tra loro opposti, per la Arendt; e agendo politicamente l’uomo è in grado di esprimere in pieno la libertà, distinguendosi così dagli altri individui (in tal senso mi viene in mente il famoso elogio funebre di Pericle, il suo ultimo discorso ad Atene prima di morire di peste nel 429 a.C.).

La politica, per Hannah Arendt, si configura dunque come parte di un mondo innaturale e l’azione politica è ciò che permette di disinnescare la ripetitività degli atti che hanno il mero compito di soddisfare i bisogni e le esigenze biologiche degli individui.

Interessante è anche la sua posizione sul concetto di “bontà” (il suo pensiero è qui in antitesi con quello di Rousseau). La compassione, che è una forma di bontà per la Arendt, risiede nel cuore degli uomini, dunque è un’emozione privata e non può portare alla creazione di uno spazio pubblico (inteso in senso politico, naturalmente). La bontà ha il talento di livellare le differenze, rende tutti gli uomini uguali, ponendoli su di uno stesso piano, elimina cioè lo spazio plurale. La pietà e la compassione sono sentimenti rischiosi da mettere in campo in politica. Per la Arendt, dunque, è estremamente importante distinguere elementi di carattere sociale da elementi di matrice politica. Sull’argomento mi viene in mente l’Antigone di Sofocle, tragedia dove il re Creonte sembra ben ricalcare l’immagine di una autorità super-partes, che non si lascia influenzare dai sentimenti personali; la politica non vuole moralità alcuna, se non la propria.

“Spontaneità” è un’altra delle parole chiave spesso usate dalla Arendt. Abbiamo visto come l’azione politica abbia il pregio di fornire distinzione, cioè di distinguere gli individui, permettendo loro di venire ricordati. La politica è altresì contingenza e la spontaneità dell’azione ha il merito di riscattare l’uomo dal suo stato biologico naturale.

La Arendt vuole dimostrare che l’azione autentica non deve avere uno scopo preordinato, l’azione deve sempre essere un gesto spontaneo; l’azione stessa assume il ruolo di scopo.

È questa, in estrema sintesi, la filosofia politica di Hannah Arendt, un pensiero influenzato fortemente dalla filosofia antica, quella di Platone e di Aristotele su tutte (forse anche per questo mi sento particolarmente vicino all’autrice).

Il mio consiglio è quello di leggere “Vita Activa”, dove vengono spiegati in maniera più che esaustiva tutti i temi qui toccati da me; e “Le origini del totalitarismo”, probabilmente il capolavoro di Hannah Arendt.

“La banalità del male” è quasi sicuramente il suo libro più famoso. È il testo dove racconta del “processo Eichmann” tenuto a Gerusalemme nel 1961; la Arendt, che in quel periodo collaborava con alcune testate giornalistiche statunitensi, fu inviata dal New Yorker come reporter. La sua cronaca del processo fu estremamente condannata dall’establishment ebraico; il motivo risiedeva nell’atteggiamento ritenuto troppo morbido nel descrivere l’imputato nazista (un uomo terribilmente normale), da parte della Arendt.

Hannah soffrì moltissimo per le dichiarazioni dei massimi esponenti della comunità ebraica. Questo fu un esempio ulteriore che ben spiega la morale arendtiana: il suo intento, infatti, fu sempre quello di conoscere e di capire senza farsi influenzare dai sentimenti particolari, dalle sue emozioni.

Una deontologia kantiana in piena regola.