Disabili per chi?

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Introduzione

Il tema della giustizia ha da sempre stimolato l’interrogazione filosofica. Già nella Repubblica di Platone, Socrate, dichiarandosi inizialmente incapace di rispondere alla richiesta sull’essenza della giustizia, decide di spostare il suo discorso dal piano individuale a quello collettivo, ovvero socio-politico. Per Socrate, infatti, la giustizia rappresenta anzitutto una condizione essenziale per l’azione comune. L’ingiustizia, di contro, ne è ostacolo, poiché immobilizza, è fonte di attrito e di discordia: «secondo te, uno stato o un esercito o una banda di predoni o di ladri o qualsiasi altro gruppo di persone associate per un’impresa ingiusta, riuscirebbero a combinare qualcosa se i loro componenti si facessero reciprocamente ingiustizia?» (Platone, Repubblica: 351cd) domanda Socrate a Trasimaco, nel primo Libro, col fine di dimostrare quanto la giustizia si dimostri fondamentale per portare a termine un qualsiasi fine condiviso, anche se malvagio.

Socrate, in conclusione, ci parla della giustizia come di quella particolare virtù dell’anima che ha il dono di governare l’agire individuale e, dunque, anche quello collettivo.

In effetti, la tensione tra individuo e collettività, tra interessi individuali e utile della società nella sua interezza, ha continuato a condizionare il pensiero filosofico e gli studi sociologici sul tema della giustizia, intesa nel suo significato più proprio di “giustizia sociale”.

La tesi che si intende qui difendere, è quella per cui il fine dell’uguaglianza come specchio della giustizia non debba essere declinato secondo un modello meramente distributivo. Lo scopo non deve concretizzarsi nella compensazione materiale di una sfortuna individuale (non solo, almeno), ma è necessario modellare lo sforzo politico per perseguire il riconoscimento di un eguale valore morale e di un identico diritto alla pari dignità personale per ogni membro della società. Per farlo, è opportuno considerare le persone come soggetti relazionali che, come tali, fanno parte della società a prescindere dalle caratteristiche ascritte o dalle inabilità personali, di qualunque genere esse siano.

Nella fattispecie, prenderemo in esame il tema della disabilità, chiedendoci in che modo sia possibile stabilire il confine tra l’individuo disabile e il normodotato, verificando la componente naturale e “culturale” che concorrono alla sua definizione e le modalità con cui agiscono meccanismi di dominio simbolico radicati e introiettati nel profondo di tutti gli agenti sociali, falsi modelli neutri a cui riferirsi per fare una scelta, per stabilire ciò che è giusto oppure ingiusto.

Cos’è giustizia?

Nel suo famosissimo testo, A Theory of Justice, John Rawls ha inteso definire i principi fondamentali di giustizia. Per fare ciò, egli ha teorizzato una condizione ideale per cui tutti i partecipanti al contratto sociale originario non fossero a conoscenza del proprio status in seno alla società che andavano a istituire. Questa condizione avrebbe garantito una scelta equa delle regole comuni da parte di tutti gli attori sociali impegnati nell’attività legiferante.

Senza voler approfondire la teoria di Rawls, almeno non in questa sede, pare corretto sottolineare che l’autore non si opponesse al concetto di differenza in senso assoluto; al contrario, la sua aspirazione all’uguaglianza sociale prevedeva anche le disuguaglianze, le quali avrebbero dovuto produrre benefìci compensativi per ciascuno, e in particolare per i membri meno avvantaggiati della società (Rawls 1971).

La proposta di Rawls, che rappresenta una revisione del paradigma contrattualistico classico, proponeva una concezione distributiva della giustizia strutturata su due principi fondamentali, il primo dei quali teorizzava la più ampia libertà personale per tutti gli individui della società presa come unità di riferimento, mentre il secondo ammetteva le differenze di status tra gli individui, a patto che fossero garantiti i maggiori benefici possibili ai più svantaggiati.

In estrema sintesi, secondo questo assunto teoretico, le differenze che si sarebbero prodotte (e riprodotte) all’interno della società avrebbero avuto giustificazione solo a patto che si fosse consentito ai più sfortunati di vivere nelle migliori condizioni possibili.

Naturalmente, la teoria di Rawls conserva pur sempre un margine di astrattezza, si tratta infatti di un’idealizzazione, di una condizione ipotetica non riproducibile in senso stretto nella realtà. Ciononostante, la giustizia distributiva di matrice rawlsiana ha rivestito un ruolo di primo piano, un modello di riferimento per tutte le democrazie moderne che hanno inteso declinare il concetto di giustizia sull’idea di distribuzione di beni materiali, concependo allo stesso modo i beni non materiali, ovvero i diritti civili e quelli politici.

Iris Marion Young, filosofa politica americana, scomparsa nel 2006, è stata tra coloro che hanno cercato di sviluppare un percorso alternativo alla via tracciata da Rawls. Il suo pensiero, infatti, si oppone all’enfasi data alle questioni di giustizia intesa in senso meramente distributivo. In effetti, Young considera la metafora della distribuzione troppo restrittiva se applicata a questioni non strettamente distributive. Secondo il suo approccio, l’applicazione di pratiche ispirate al concetto di giustizia sociale non deve trascendere le differenze, che trovano interpretazione nel sistema di relazioni che si costituiscono tra gli individui della società. Se da un lato, quindi, il modello distributivo presume di ridurre le disuguaglianze attraverso un’equa distribuzione del reddito, della ricchezza, ma anche delle posizioni sociali, con un fine di carattere assimilazionista,[1] dall’altro lato, si è sviluppata una visione che suggerisce una declinazione di giustizia sensibile a un positivo riconoscimento delle differenze come il «prodotto di processi sociali» (Young 1990, 198).

Per il primo modello, le disuguaglianze sociali non sono desiderabili e sono ricondotte all’idea di ingiustizia di matrice distributiva; per il secondo, al contrario, le differenze insite in una qualsiasi società umana non devono forzatamente apparire come il sintomo di una condizione di ingiustizia. Come afferma Young, infatti, le differenze, siano esse culturali, etniche, relative a peculiari pratiche di vita, presentano comunque dei tratti di desiderabilità da parte dei soggetti sociali. Inoltre, il paradigma distributivo tende sia a considerare i gruppi come minoranze alle quali garantire aiuti e assistenza, sia a favorire un processo volto al livellamento delle differenze. In tal senso, l’approccio assimilazionista ben si sposa con una concezione della società che vede le istituzioni pubbliche operare attraverso politiche assistenzialistiche, concependo «i cittadini come clienti-consumatori scoraggiandone la partecipazione attiva alla vita politica» (Young 1990, 85).

L’approccio di Young, al contrario, vuole il riconoscimento di un’uguale dignità e di un uguale rispetto per ogni individuo della società, favorendo la partecipazione attiva di tutti, al fine di garantire una rappresentanza politica il più possibile eterogenea e universale.

Pare tuttavia importante sottolineare come Young non volesse proporre una nuova teoria in sostituzione dell’approccio distributivo; piuttosto, il suo intento è stato quello di «togliere centralità a un discorso sulla giustizia che considera gli individui, in primo luogo, come possessori e consumatori di beni, spostandolo verso un contesto più ampio che includa anche l’agire e l’accesso agli strumenti che consentono lo sviluppo e l’esercizio di qualità e competenze» (Young 1990, 22)

Dal secondo dopoguerra, sino ad oggi, si è assistito ad un forte processo di individualizzazione della società, accompagnato da un alto grado di standardizzazione (Beck 1986; Giddens 1999). Se, da un lato, gli individui sono stati affrancati da vecchi vincoli, che non permettevano loro un’emancipazione rispetto ad uno status preordinato, dall’altro, le costrizioni si sono materializzate attraverso il paradigma economico. Secondo quest’ottica, gli agenti sociali si costituiscono principalmente in quanto consumatori all’interno del mercato; essi lavorano, usufruiscono del welfare e lo fanno, esattamente come tutti gli altri cittadini, all’interno di una struttura ricca di risorse, seppur ormai povera dei contenuti valoriali classici.

La classe sociale d’appartenenza, in un contesto di questo tipo, da un lato non programma più l’esistenza dell’individuo, mentre dall’altro lo priva della tradizionale protezione di gruppo. In tal senso, la vita degli individui è riposta nelle loro stesse mani, il loro futuro si concretizza al di fuori di aprioristiche decisioni o caratteristiche ascritte, dunque, il soggetto, si riappropria del suo destino in una società priva di familiari (forse, opportuni) segnali di via e in tal modo «si scioglie il contratto sociale collettivo stabilito durante il periodo fordista, rimpiazzandolo con il mito della libertà individuale. Libertà di agire, libertà di rischiare, libertà di intraprendere, libertà di fallire» (Ferragina 2014, 20).

Investiti da questa piena libertà, per cui a tutti è «garantita la libertà di essere e di fare ciò che vogliono, di scegliere la propria vita, senza essere ostacolati dalle aspettative e dagli stereotipi della tradizione» (Young 1990, 197), i soggetti sociali, forse proprio per reazione ai processi di individualizzazione descritti, riscoprono il valore dell’appartenenza, ovvero il riconoscersi parte di un gruppo, seppure non più (o non solo) sulla base di caratteristiche ascritte, ma perché uniti da un sentimento di affiliazione comune, in un quadro nel quale «le differenze di razza, di sesso, di religione e di etnia non incidono sui diritti e sulle opportunità dei singoli» (Young 1990, 197).

In tal senso, il concetto di giustizia sociale si costituisce all’interno di una società aperta alla valorizzazione delle differenze, una società dove si misura in concreto la possibilità di ridefinire le regole di accesso e di partecipazione dello spazio pubblico nella nuova era post-moderna (Beck 1986; Giddens 1999), in cui poter rimettere in discussione il preesistente modello di riferimento, fondato su una dimensione tradizionale di violenza simbolica, di dominio simbolico (Bourdieu 1998) e di capitale sociale (Coleman 1988; Putnam 1995).

Disabilità – la legislazione in merito

Viene da domandarsi come sia possibile inserire in un discorso di questo genere il tema della disabilità. In effetti, pare più semplice racchiudere sotto il potere simbolico della società tutte quelle “minoranze” definibili sulla base della razza, della religione, del genere, ovvero di tutte quelle caratteristiche che storicamente sono state utilizzate a fine discriminatorio e di esclusione da parte dei gruppi sociali dominanti. In questo senso, lo stesso dilemma è riconducibile al tema del riconoscimento positivo delle differenze (Young 1990). Come può il gruppo dei disabili offrire un’immagine positiva, contribuire alla ricchezza di tutti da un punto di vista non solo economico, ma anche culturale, politico e sociale nel suo complesso? Come è possibile non associare la parte più debole della società ai disabili, ovvero al gruppo di coloro che necessitano di maggiore aiuto da parte delle istituzioni? Allo stesso modo, pare corretto domandarsi quale sia il metro della disabilità, ovvero chi siano i disabili e, soprattutto, chi abbia imposto un tale modello di paragone.

Da una sintetica ricostruzione della storia del moderno concetto di disabilità, emerge anzitutto come il “gruppo” dei disabili sia molto eterogeneo e la condizione di disabilità possa essere ricondotta a diversi fattori, tra i quali l’incapacità motoria, la cecità, la sordità o ancora alcune forme di disabilità di carattere cognitivo.

La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità (CRPD – Convention on the Rights of Persons with Disabilities), definisce le persone con disabilità come coloro che «presentano durature menomazioni fisiche, mentali, intellettive o sensoriali che in interazione con barriere di diversa natura possono ostacolare la loro piena ed effettiva partecipazione nella società su base di uguaglianza con gli altri».[2]

L’OMS, nel 1980, ha proposto una classificazione, l’ICDH, con la quale ha voluto individuare tre dimensioni principali (menomazione, disabilità, handicap) per definire unanimemente la condizione degli individui più deboli, tali perché segnati da deficit di carattere fisico o mentale. Lo scopo era quello di chiarire alcuni concetti fondamentali, oltre che la terminologia di riferimento, al fine di facilitare la riflessione scientifico-filosofica e le scelte politiche indirizzate a questa dimensione sociale di crescente importanza nelle moderne democrazie occidentali.

In seguito, nel 2001, l’OMS ha pubblicato l’ICF (International Classification of Functioning, Disability and Health), strumento utile alla classificazione della disabilità quando associata alla condizione di salute. L’ICF fornisce, altresì, uno strumento standard per consentire la comprensione e favorire l’analisi dello stato di salute in quanto frutto dell’interazione tra l’individuo e il contesto sociale di appartenenza.

Sulla base di quanto detto, è possibile definire la disabilità come la condizione particolare di colui che manifesta una ridotta capacità d’interazione con l’ambiente sociale rispetto al normale, a causa di una o più menomazioni che si traducono in un deficit di autonomia e di partecipazione attiva alla vita comunitaria.

Come interpretare il termine “normalità” nella forma in cui emerge dalla nostra definizione di disabilità? La terminologia utilizzata dall’ICDH si basava principalmente su una definizione medica, bio-fisiologica di normalità: non è tuttavia questa la visione che si intende qui difendere. Con l’ICF, invece, è mutata la prospettiva e la disabilità è stata declinata in modo differente rispetto al passato; infatti, «[…] come hanno dimostrato numerosi studi, la “normalità” è un concetto controverso e influenzato da una varietà di fattori storici e culturali e da circostanze contingenti» (Barnes 2008).

Tuttavia, il concetto di normalità riferito sia alla condizione fisica, sia all’ambiente sociale di riferimento, appare ancora strutturato e riprodotto secondo il modello dell’abile.

È giusto, è auspicabile concepire un ambiente sociale neutro rispetto alla disabilità? E se sì, è davvero possibile attuarlo nella realtà? Un ambiente “neutrale rispetto al genere”, ad esempio, può essere facilmente realizzato con costi modesti. Differente, invece, pare il discorso relativo alla dimensione della disabilità.

Nel Stati Uniti, i primi passi verso un riconoscimento positivo della disabilità si è avuto con l’Americans with Disabilities Act (ADA), del 1990. L’ADA proibiva la discriminazione contro le persone con disabilità in tutti gli ambiti della vita pubblica, compresi il lavoro, le scuole, i trasporti e tutti i luoghi pubblici e privati ​​aperti al pubblico. Lo scopo della legge era quello di garantire che le persone con disabilità godessero degli stessi diritti e delle stesse opportunità di tutti gli altri cittadini.

Con l’Americans with Disabilities Act Amendments Act (ADAAA)[3], entrato in vigore il 1° gennaio del 2009, sono state apportate una serie di modifiche significative sul modo di intendere il termine “disabile”. L’ADA rendeva difficile dimostrare che una certa menomazione si potesse giuridicamente tradurre in una disabilità. L’ADAAA considera disabile un individuo nel momento in cui presenti una menomazione fisica o mentale, anche se episodica o in remissione, che lo limiti fortemente in una o in più attività principali della sua vita. Altresì, l’ADAAA ridefinisce la privacy dei disabili nell’ambiente lavorativo e si prefigge di garantire una condizione il più possibile inclusiva in ogni altro ambito della società.

Disabilità – i numeri in Italia

Focalizziamo ora lo sguardo sulla situazione italiana, in prima istanza sull’ambiente scolastico. Nel 2020, erano trecentomila gli alunni affetti da disabilità fisica o mentale, ovvero il 3,5% del totale (nell’anno accademico 2014/15 erano il 2,7%). I dati parlano di più di sessantamila alunni con bisogni educativi speciali, ovvero l’11% degli iscritti nella scuola secondaria e il 6,5% della primaria di primo grado.

È sufficiente leggere i dati Istat, relativi all’anno scolastico 2019/2020, per rendersi conto di quanto la scuola italiana fosse ben lontana dal garantire il pieno accesso e il pieno utilizzo degli strumenti comuni agli studenti disabili. Solo nel 47% delle scuole sono presenti le rampe per l’accesso, il 31% non ha i bagni a norma, il 41% ha postazioni informatiche non idonee.[4]

Per quanto concerne i dati della disabilità riferiti all’occupazione, il rapporto Istat del dicembre 2019 presentava un quadro altrettanto desolante. Nella popolazione, compresa tra i 15 e i 64 anni, solo il 31,3% di coloro che soffrivano di gravi limitazioni risultava occupato.

Dal punto di vista sociale, sempre dai dati del 2019, soltanto il 43,5% dei disabili disponeva di una rete di relazioni, a fronte del 74,4% del resto della popolazione.[5]

La fotografia dell’Istat ci restituisce l’immagine di una condizione ancora lontana dalla piena integrazione dei cittadini disabili, in ogni settore della società. Allo stesso modo, i dati parlano di un’imperfetta integrazione nel tessuto sociale produttivo anche di molti individui considerati normodotati. In tal senso, da molto tempo si discute su come progettare secondo i concetti di design for all e di universal design, una prospettiva che non si focalizza esclusivamente sulle persone con disabilità, ma sulla popolazione in toto, per garantire opportunità relazionali e inclusive il più possibile diffuse in tutti i segmenti della società. In base a ciò, molte modifiche attuabili per promuovere l’inclusione di persone con significative disabilità cognitive, ad esempio, andrebbero a vantaggio anche delle persone con funzioni cognitive tipiche.[6]

Disabilità – due modelli per definirla

Da quanto osservato in precedenza e sulla base della letteratura e della legislazione a riguardo, è possibile definire tipicamente la disabilità in termini di due modelli prevalenti: il primo è quello medico, che considera la disabilità nella sua forma individuale, in quanto “tragedia personale” che comporta significativi effetti negativi per l’individuo. In particolare, il modello medico ritiene che gli svantaggi possano essere corretti solo attraverso una cura e, dunque, che le limitazioni sperimentate dalle persone con disabilità derivino principalmente o esclusivamente dalle loro menomazioni e in minima parte dal contesto sociale (French 1993). Una critica a questo approccio denuncia il fatto che esso definisce la disabilità esclusivamente su assunti medici e biofisici di normalità (Crow 1996; Swain e French, 2000).

Lo spostamento, storicamente riscontrabile, dell’attenzione dall’individuale al sociale fornisce invece lo sfondo del secondo modello, il cosiddetto modello sociale (che consta di varie declinazioni), che, al contrario del modello medico, considera la disabilità come il prodotto di processi relazionali tra gli individui e l’ambiente sociale nel quale essi vivono, si muovono, lavorano e interagiscono con altri (Amundson 1992).

Secondo l’approccio sociale non è il corpo ad essere il responsabile delle difficoltà riscontrate nelle normali attività giornaliere, bensì i fattori esterni, le barriere costruite dalla società (Crow 1996). Le caratteristiche fisiche e mentali sono considerate limitanti principalmente in virtù delle pratiche strutturate e consolidate nel contesto sociale, le quali finiscono per determinare forme di esclusione (e di auto-esclusione) a danno dei soggetti definiti disabili (Putnam 2013). Dunque, se la disabilità è l’effetto dell’interazione tra le menomazioni individuali con l’organizzazione sociale, una condizione per cui è il contesto sociale a creare disabilità, ovvero «la società rende disabili le persone con menomazioni» (Russel et. al 2009, 1), allora sarebbe sicuramente più opportuno modificare la società, piuttosto che gli individui (Barclay 2011).

Occorre comunque osservare che, sebbene la maggior parte degli studiosi del modello sociale sposino l’idea per cui gli effetti negativi della disabilità, intesa in senso biologico, siano molto meno deleteri rispetto all’esclusione determinata dalla configurazione di ambienti ostili e da pratiche sociali non inclusive, la maggior parte tra loro riconosce che gli individui con menomazioni possono incorrere in forme di emarginazione anche in assenza di pratiche sociali svantaggiose. In ogni modo, lo sforzo comune è volto alla rimozione di tutte quelle barriere e di tutte quelle pratiche che rischiano di produrre qualsiasi forma di esclusione sociale ai danni dei soggetti con limitazioni.

Il modello medico, al contrario, tende a sottovalutare il contributo dei fattori sociali e di altri fattori ambientali, seppure, almeno recentemente, sia riscontrabile una parziale rivalutazione del modello sociale anche da parte dei sostenitori di quello medico (Putnam 2013).

Comunque sia, l’ideale volto alla costituzione di una società inclusiva per tutti, nella quale non vi siano differenze di sorta nel trattamento degli individui, per molti rimane un intento utopico.

In prima istanza, perché le caratteristiche di inclusione richieste per una classe di disabilità potrebbero risultare in conflitto con le richieste di adeguamento del contesto sociale per un’altra classe di disabili (Barclay 2010, 2018; Putnam 2013). In tal senso, è giusto sottolineare come determinate condizioni sociali, che potrebbero concorrere ad esacerbare degli svantaggi per alcuni, non necessariamente dovrebbero essere annoverate sotto il nome di “ingiustizie sociali” (Young 1990). In effetti, pratiche sociali svantaggiose per certi soggetti, potrebbero non esserlo per altri. Pensiamo alle rampe che facilitano il passaggio dal marciapiede alle strisce pedonali. Esse sono utili e vantaggiose per chi è in sedia a rotelle, ma potenzialmente pericolose per i non vedenti, i quali potrebbero non percepire la differenza tra il marciapiede e la carreggiata stradale, rischiando in tal modo la propria incolumità. In seconda istanza, perché i gruppi sociali tendono a rinforzarsi in risposta all’approccio dell’assimilazione – lo si è già evidenziato e lo si vedrà ancora meglio più avanti.

È fuori dubbio che il modello sociale ha avuto il merito di contribuire a liberare molti individui con disabilità dai vincoli della disabilità stessa, svolgendo un ruolo di primo piano nella promozione dell’autostima individuale, dell’identità collettiva e dell’organizzazione politica delle persone svantaggiate (Crow 1996). Alla fine degli anni ’60, il movimento Independent Living,[7] di Berkeley, in California, guidato da un gruppo di studenti disabili, noto come The Rolling Quads, si è battuto per promuovere l’empowerment delle persone disabili locali, focalizzando la propria lotta sull’abbattimento delle barriere architettoniche e non sulle menomazioni degli individui. Questo movimento di protesta e di disobbedienza civile è stato un primo esempio basato sul modello sociopolitico della disabilità, organizzato per combattere le pratiche paternalistiche dell’Università della California e della società nel suo complesso, col fine di superare tutti quegli stereotipi umilianti che ritraggono i portatori di disabilità come incompetenti, ottusi, inermi e bisognosi di aiuti caritatevoli (Eisenberg et al. 1982; Russel et al. 2009).

In massima parte, il modello sociale di disabilità prende le distanze dal concetto di “fortuna” in ambito sociale, per rivalutare quello di giustizia. Per meglio comprendere il discorso, prendiamo a esempio la condizione delle donne: per molto tempo, l’essere donna è stato inserito nella categoria della “sfortuna”, senza considerare in nessun modo che la condizione femminile, svantaggiosa rispetto a quella maschile, potesse avere a che fare con la cultura patriarcale dominante e, quindi, con una forma di ingiustizia sociale (Shklar 1990).

In questo quadro, un modo di intendere la giustizia distributiva comporterebbe la necessità di compensare gli individui sfortunati prevedendo che i più fortunati trasferiscano ai primi alcuni “guadagni” personali dovuti alla fortuna (Arneson 2007).

Se analizzassimo quest’affermazione attraverso la lente dell’egualitarismo della sorte, sarebbe lecito affermare che gli individui disabili (sfortunati) abbiano il diritto di percepire una forma di compensazione per la loro condizione e che il risarcimento dovrebbe provenire solo da quella parte della fortuna altrui non meritata (ovvero scaturita dal caso).

In tal senso, Donald Dworkin argomenta che le disuguaglianze relative al possesso di risorse, in seno alla società, derivano principalmente dagli effetti esercitati dalla “sorte scelta” e dalla “sorte bruta”. Nel primo caso entrano in gioco le decisioni dei soggetti, mentre nel secondo l’unica responsabilità è assegnata al caso.

Dworkin propone un processo distributivo volto all’eguaglianza del possesso delle risorse sociali, quest’ultime distinte in risorse esterne e interne. Le risorse esterne, oltre alla fortuna, comprendono anche le abilità fisiche e mentali di una persona, incluse le forme di disabilità; quelle interne comprendono le preferenze e le aspirazioni individuali. In tal senso, secondo Dworkin, le risorse esterne rappresentano ciò che una persona “ha” mentre quelle interne determinano ciò che una persona “è”.

Con la sua analisi, Dworkin intende perseguire l’uguaglianza nella sua forma di eguale rispetto nei confronti di tutti gli individui da parte delle istituzioni, tale che sia loro garantita la possibilità di realizzare i propri progetti di vita, le proprie ambizioni e le proprie aspirazioni.

Dworkin, quindi, pare superare i limiti del modello distributivo rawlsiano in termini di disabilità; tuttavia, il suo pensiero si dimostra debole per quanto concerne il tema del riconoscimento positivo delle differenze (Anderson 1999).

In effetti, esistono dei rischi nel voler concepire la disabilità come parte della propria identità. Da un lato, potrebbe rinforzare la sua forma di tragedia personale e, dunque, riprodurre l’immagine dei disabili come individui inferiori rispetto agli altri. Tuttavia, l’esercizio riflessivo volto ad approfondire la propria intima condizione potrebbe condurre i soggetti sociali, affetti da menomazione, ad interpretare la propria disabilità secondo un modello alternativo rispetto a quello imposto dalla “società degli abili”, favorendo la nascita di un’identità di gruppo più forte e pervasiva in seno alla struttura sociopolitica di appartenenza.

Uguaglianza come riconoscimento positivo delle differenze

La società contemporanea è testimonianza vivente di gruppi umani che non si definiscono meramente come un aggregato di individui con caratteristiche fisiche o culturali comuni. Un gruppo condivide una certa identità che si struttura soprattutto attraverso una rete di relazioni, rinforzate da un sentimento di affinità tra i membri, legami che trascendono le caratteristiche fisiche, la tendenza sessuale, l’appartenenza di genere (Young 1990).

In questo senso, il concetto di identità appare più liquido rispetto a un tempo, soggetto a cambiamento, definibile sulla base delle esperienze sociali soggettive, in un processo che, idealmente, non preclude agli individui di sentirsi parte contemporaneamente di più gruppi, in una sorta di dimensione identitaria orizzontale che si muove lungo un processo continuo di ridefinizione del sé. La differenza, in questo senso, non più essenzializzata, ma in continua ricostituzione, contribuisce a ridefinire lo spazio sociale e politico come uno spazio realmente eterogeneo (Hall 2000).

Proprio in un contesto di questo tipo, il dibattito sociale e politico ha finito per venire confinato a questioni meramente distributive, comportando, tra gli altri, l’effetto negativo di rinforzare le strutture di dominio della struttura sociale.

Storicamente, i gruppi minoritari della società hanno sopportato forme di esclusione e discriminazione riconducibili a modelli di dominio quali quello del patriarcato, dell’uomo bianco, occidentale, eterosessuale. Anche il disabile ha dovuto subire una condizione di esclusione in una società modellata sull’immagine dell’abile, alla quale si aggiunge una situazione personale molto dura, legata alla propria menomazione. Ciò significa che, per costoro, la lotta personale permane anche se le barriere disabilitanti cessano di esistere (Crow 1996).

Ritengo sia ragionevole affermare che le limitazioni associate alla menomazione siano un prodotto congiunto di caratteristiche biologiche, di fattori ambientali e di obiettivi personali (Wasserman 2001) che determinano una condizione insufficiente di benessere individuale. In questo senso, sarebbe interessante ragionare sul capability approach teorizzato da Amartya Sen, declinandolo sul tema specifico della disabilità.

Pur nella necessità di sintetizzare al massimo il tema in questione, è opportuno ragionare su ciò che Sen definisce come “funzionamenti”, ovvero su ciò che un individuo ritiene giusto fare (o come ritiene giusto essere) per ottenere un certo grado di benessere personale. Si tratta dei seguenti: «l’evitare gli stati di morbilità e di mortalità, l’essere adeguatamente nutriti, l’avere mobilità e così via, a numerosi altri funzionamenti più complessi, quali l’essere felici, il raggiungere il rispetto di sé, il prendere parte alla vita della comunità, l’apparire in pubblico senza provare un senso di vergogna» (Sen 1987, 106). Il functioning, di cui parla l’autore, deve essere associato alle capabilities, ovvero all’effettiva capacità di realizzazione “del sé”, perseguibile attraverso fattori interni (psicofisici) ed esterni all’individuo (sociali): «La “capacitazione” di una persona non è che l’insieme delle combinazioni alternative di funzionamenti che essa è in grado di realizzare. È dunque una sorta di libertà: la libertà sostanziale di realizzare più combinazioni alternative di funzionamenti (o, detto in modo meno formale, di mettere in atto più stili di vita alternativi). Un benestante che digiuni, per esempio, può anche funzionare, sul piano dell’alimentazione, allo stesso modo di un indigente costretto a fare la fame, ma il primo ha un “insieme di capacitazioni” diverso da quello del secondo (l’uno può decidere di mangiare bene e nutrirsi adeguatamente, l’altro non può)» (Sen 1999, 78-79).

Vi sono, dunque, aspirazioni al benessere che si confrontano con le effettive possibilità di trovare una loro realizzazione pratica nella realtà, tutto ciò rispetto a fattori sia di carattere individuale, sia sociale.

Concordo con Young quando afferma che il «punto di partenza di ogni idea di giustizia sociale siano i concetti di dominio e di oppressione, prima che quello di distribuzione» (Young 1990, 22), ma aggiungo che per affrontare con serietà il tema specifico della disabilità sia altrettanto importante concepire la disabilità e la malattia come due condizioni tra loro differenti.

Per un verso, quindi, è essenziale svelare il dominio simbolico che soggiace alla definizione di “disabile”, ovvero il modo di intendere la disabilità nella sua accezione comune, purtroppo anche da parte di molti di coloro che rivestono incarichi istituzionali. Comunemente essi sono ritratti come soggetti portatori di handicap, affetti da infermità e malattia, costretti su una sedia a rotelle… Per l’altro, è necessario promuovere la piena consapevolezza della propria menomazione, in modo che non sia fonte di vergogna o di autoesclusione, ma costitutiva della propria specificità, della propria identità, del proprio stare al mondo in quanto parte della società e non ai margini di essa.

In effetti, i disabili sono stati trattati nella società per lungo tempo come inferiori, sia dal punto di vista morale, sia da quello sociale, subendo ingiustizie di carattere distributivo di vario genere. Pensiamo, ad esempio, a tutti coloro ai quali è stata negata un’occupazione perché ingiustamente considerati non competenti o perché i datori di lavoro non si sentivano a proprio agio ad assumerli all’interno del proprio organico. Pensiamo, altresì, a tutte quelle persone con disabilità che sono state affidate ingiustamente a particolari istituzioni o segregate in strutture specifiche, perché considerate incapaci di prendersi cura di se stesse (Barclay, 2018). Reiterati nel tempo, questi atteggiamenti e comportamenti si sono consolidati, sono diventati usuali, “normalizzati”.

La discriminazione e il pregiudizio tendono poi a rinforzarsi e a riprodurre lo stato di fatto, anche perché il focus all’origine dello stigma non viene menzionato da chi ne è colpito, forse proprio perché preoccupato che, uscire allo scoperto, possa confermare gli stereotipi della “tragedia personale” narrata dalla società, dando avvio ad un circolo vizioso teso a confermare le posizioni dei dominanti e dei dominati (Crow 1996; Bourdieu 1998).

Ciò non significa che la classe dominante della società agisca con il fine di lobotomizzare i propri membri, ovvero che, come delle marionette, desideri muoverli a propria discrezione. Tuttavia, è ormai accertato che modi di agire, atteggiamenti, preferenze, molte caratteristiche che si riteneva fossero personali e peculiari degli individui in quanto tali, sono in gran parte da ricondurre alla società, ai suoi meccanismi, alle dinamiche di potere e di dominazione. Il gusto, ad esempio, secondo questo assunto teoretico, sarebbe sia una facoltà personale sia sociale (Bourdieu 1979).

Uscire da questo circolo vuol dire, in primo luogo, “curare” la società per “curare” le persone, il che non significa prestare soccorso medico, ma cambiare la mentalità, creare alternative sociali, occasioni di dialogo e di opportunità che possano contribuire alla rivalutazione degli individui in quanto risorse per una società non più solo assistenzialista, bensì aperta alla differenza e alle relazioni. Parafrasando Paul Ricoeur, si potrebbe dire che, in una società giusta, l’Altro è colui che può dirsi io al pari di un altro io, entrambi insostituibili nella relazione, nello scambio, all’interno di un processo volto al perseguimento del benessere comune: «auspicio della vita buona, con e per gli altri, all’interno di istituzioni giuste» (Ricoeur 1990).

Si potrebbe obiettare che il fine qui descritto sia utopico, che le relazioni all’interno della società contemporanea non fanno che riflettere un ordinamento verticale, costituito di posizioni gerarchiche ben definite e, quindi, anche le attuali democrazie liberali non sfuggirebbero affatto a questa struttura composta da subordinanti e subordinati. Si potrebbe aggiungere, altresì, che la dominazione ora è più subdola, nascosta, simbolica, riprodotta attraverso meccanismi più “sofisticati” e meno visibili, ma pur sempre presente.

Queste osservazioni non possono che trovare effettivo riscontro nelle nostre società complesse! Tuttavia, si potrebbe rispondere che un buon punto di partenza, al fine di stimolare una valutazione differente dei rapporti tra gli individui e tra i gruppi presenti in un contesto sociale comune, potrebbe consistere proprio nel cercare di svelare tutti i meccanismi di dominazione soggiacenti la struttura sociale. E si potrebbe aggiungere che l’ideale di uguaglianza, declinato nella forma distributivo-assimilazionista, ha certamente rivestito un’importanza enorme nella storia dell’emancipazione dei gruppi minoritari, della lotta all’esclusione e alla discriminazione degli individui (Young 1990). Tuttavia, forse in risposta a questo modello imposto dall’alto, sono sorti movimenti volti a perseguire maggiore potere e maggiore rappresentanza all’interno delle istituzioni, proprio in favore dei gruppi stigmatizzati, il tutto attraverso l’affermazione positiva della propria identità culturale ed esperienziale, col fine di ottenere un riconoscimento positivo delle proprie differenze in seno alla società medesima (Young 1990).

Posto in questi termini, probabilmente il tema è in grado di persuadere più gli appartenenti ai gruppi storicamente discriminati a causa del colore della pelle o per la tendenza sessuale e meno i “disabili della società”, come osserva Liz Crow.[8]

E tuttavia prendere coscienza di sé, delle proprie menomazioni, comprendere che la società debba essere curata e attivarsi per limitare (col fine di eliminare il più possibile) lo svantaggio che deriva dal doversi misurare con standard imposti dai gruppi privilegiati, è la via da perseguire per fare della disabilità una “condizione occasionale” comune a tutti gli individui.

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[1] Assimilazionismo, ossia trattare tutti secondo gli stessi principi, criteri e regole.

[2] https://www.istat.it/it/files//2019/12/Disabilit%C3%A0-1.pdf

[3] https://www.ncld.org/get-involved/learn-the-law/adaaa/

[4] https://www.istat.it/it/archivio/alunni+disabili , https://www.istat.it/it/archivio/251409 , http://dati.istat.it/Index.aspx?DataSetCode=DCIS_SANSCUOLE

[5] http://dati.disabilitaincifre.it/dawinciMD.jsp

[6]  https://www.istat.it/it/files//2020/12/includiamoci-istatbilita.pdf

[7] Legato al movimento per i diritti civili, al movimento per la libertà di parola e all’opposizione alla guerra del Vietnam.

[8] In questo senso, Liz Crow afferma che non esiste nulla di intrinsecamente spiacevole o di difficoltoso nell’immaginarsi parte di altri gruppi: la sessualità, il sesso e il colore della pelle sono essenzialmente fatti neutri. Al contrario, “menomazione” significa che l’esperienza soggettiva del proprio corpo può essere spiacevole o molto dura (Crow 1996). Con le sue affermazioni, Crow non ha inteso sminuire lo stigma subito da altri gruppi sociali rispetto alla condizione vissuta dagli individui con menomazioni, ha unicamente voluto dare risalto alla condizione di sofferenza che permane in costoro, anche all’interno di contesti sociali non disabilitanti.

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